Archive for September, 2011

Stockhausen non esclude il giro di do

 I puristi dell’arte e la canzone come terapia 

di Marcello Filotei

Ai bei tempi i compositori potevano essere anche minacciati di morte. Erano bei tempi per la musica, che aveva ancora un ruolo sociale: se rompevi le regole significava, più o meno, che eri contro il potere. Poi, alla metà del Novecento circa, la musica appena scritta ha assunto la mortifera denominazione di «contemporanea». Pur producendo capolavori non ha saputo comunicarli e qualche volta ha osato talmente tanto da allontanarsi molto dal pubblico.

Anche per questo Paolo Cattaneo nel suo La canzone come esperienza relazionale, educativa, terapeutica (Milano, Ricordi, 2011, pagine 116, euro 13) può scrivere che «un ascoltatore di musica contemporanea difficilmente confesserà una “passione illegittima” per un cantautore in particolare poiché la sua immagine, probabilmente, ne uscirebbe svilita. Ascoltare Schönberg o Stockhausen, Hindemith o Ligeti cedendo poi alla banalità di una “canzonetta” è qualcosa che “si fa ma non si dice”, anche se proprio dalla cantabilità di quel motivo, legato magari a un “tempo forte” della nostra vita, riceviamo delle sollecitazioni tutt’altro che trascurabili».

Lo può scrivere, Cattaneo, non perché sia vero ma perché tra i suoi lettori, e tra i lettori in generale, saranno una percentuale statisticamente irrilevante quanti abbiano almeno una volta intravisto quel personaggio mitologico metà Adorno e metà oscillatore sinusoidale che alcuni antropologi indicano con il nome scientifico di «ascoltatore di musica contemporanea».

Almeno per rassicurare le famiglie dei cantautori giova comunque ricordare che non risultano casi di star del pop divorate da appassionati di Berio, al contrario il compositore di Oneglia passava per un appassionato dei Beatles, nessuno è perfetto. Esistono però, e sono sempre più frequentemente ospitati nelle pagine culturali dei giornali, quanti tentano di spiegare che il numero dei fruitori di un’opera è direttamente proporzionale al suo valore artistico. Quindi essendo i versi di Mogol più conosciuti di quelli di Ungaretti il primo sarebbe meglio del secondo: «acqua azzurra acqua chiara» batte 6-0 6-0 «m’illumino d’immenso».

Ma rispondendo a chi sostiene che la musica leggera in fondo sia la ripetizione continua di pochi accordi e poco più, Cattaneo ribatte che «se quei famigerati “due accordi” muovono emozioni di grande intensità sarà meglio che continuino a esistere, perché qui non è in gioco l’estetica musicale, ma semplicemente una relazione sonora che la dialettica tonica/dominante può soddisfare pienamente. Non è certo il nulla, non è l’assenza di linguaggio; è piuttosto il tema della semplicità».

L’autore fa riferimento all’uso terapeutico dei due accordi in questione, come se ci fosse qualcuno che voglia vietare il «giro di do» in musicoterapia. Se questo accadesse sarebbe un’ingiustizia per i malati, ma il rischio appare molto limitato. Va inoltre apprezzato senza riserve il lavoro di chi, come Cattaneo, utilizza evocazioni sonore, di qualsiasi genere, per migliorare la qualità della vita delle persone, che poi sarebbe esattamente il compito dell’arte. Diverso è evocare il tema della semplicità, che è piuttosto complesso, se non si vuole rischiare di scambiarla con la banalità.

Ognuno ovviamente continuerà ad ascoltare quello che più gli piace e che più lo emoziona. E se fa bene alla salute ancora meglio. È paradossale però che a ogni livello culturale, anche tra chi si occupa di musica a vario titolo, si pensi che chi ascolta la musica contemporanea – cioè un tentativo non sempre riuscito di creare un rapporto autentico dei suoni con la realtà che ci circonda – sia un parruccone retrogrado senza speranza, mentre chi preferisce canzoni che utilizzano un linguaggio vecchio di oltre un secolo sia un autentico inteprete della società attuale.

 

L’osservatore Romano 25 settembre 2011

 

La musica è una cosa semplice da ascoltare e molto complicata da fare. Comporla ed eseguirla è roba da professionisti. L’ascolto, seppur a diversi livelli di consapevolezza, è per tutti. Non solo. Chiunque messo di fronte a un capolavoro capisce che è qualcosa di eccezionale. Magari non sa spiegare perché, ma nessuno confonde La Vergine degli Angeli di Verdi con Luna, luna là evocata su «L’Osservatore Romano» del 15 settembre a simbolo della puerilità di certi brani liturgici da Giovanni Carli Ballola. Il grande musicologo, da diacono permanente, si rammarica del fatto che le orecchie non godano dello stesso privilegio degli occhi essendo sprovviste di palpebre. Per questo, durante certe celebrazioni, assieme ad altri, ha sviluppato una nuova virtù, la «pazienza acustica».

Viene da domandarsi allora perché nelle chiese e fuori si sentono più spesso schitarrate e cori sgrammaticati piuttosto Eustache Le Sueur, «Clio, Euterpe e Talia» (1640-1645)che musica «forte», come la definisce Quirino Principe. Viene da pensare che non dipende tanto dall’oggetto, ma che gran parte della responsabilità vada ricercata nel soggetto. Non è una questione legata alla musica che ascoltiamo, ma a come l’ascoltiamo. Se mi siedo e metto su un cd, decidendo di dedicare una frazione del mio tempo al suono, difficilmente sceglierò Maledetta primavera, probabilmente mi orienterò verso qualcosa di più impegnativo. Ma se faccio la doccia e voglio un sottofondo da fischiettare, allora la vituperata Luna, luna là o Loretta Goggi sono meglio di Mozart.

Il problema nasce se ascolto Mozart come sottofondo, cioè nego a un linguaggio complesso l’attenzione che richiede, e a me stesso la gioia di apprezzarlo. Allora ben venga la proposta di Principe di inserire l’educazione musicale nelle scuole di ogni ordine e grado. Più si studia e meglio è in generale. Ma è una misura che non basta, non centra il problema e rischia di essere una risposta semplicistica a una questione complessa. A bambini e adulti occorre insegnare prima di tutto a riappropriarsi del proprio tempo. Il tempo è il padre dell’arte. Con il tempo si ascolta, di fretta al massimo si sente.

Sentiamo pure le canzonette nel traffico mentre corriamo da un appuntamento all’altro, ma poi la sera sul divano ascoltiamo un quartetto o una sinfonia. Tutto diverrà più chiaro, si capirà chiaramente chi sa suonare e chi no, chi sa cantare e chi urla, quale musica è adatta ai sottofondi e quale pretende attenzione, quali cori possono cantare musica sacra o liturgica e quali sarebbe meglio rimanessero ad ascoltare. Poi sceglieremo consapevolmente quando urlare con Vasco Rossi e quando godere con Rossini. Basta concedersi il tempo necessario e si capisce come i Tallis Scholars — che diretti da Peter Phillipps hanno chiuso domenica scorsa una eccezionale edizione della Sagra Musicale Umbra — facciano volare l’animo più in alto di cori che per vocazione dovrebbero rappresentare l’eccellenza della musica sacra nel mondo.

Certo però c’è bisogno almeno di sedersi, più si va veloci e più sbiadiscono le differenze. Ma non basta ancora. Dopo avere provato l’ebbrezza della bellezza occorre ricordarsela. Bisogna tenere a mente che esiste chi si mette al servizio della musica per innalzare il proprio e l’altrui animo e chi invece usa la musica per innalzare esclusivamente il proprio rango sociale ed economico. Bisogna concedersi tempo e ricordare. Euterpe, la musa della musica, è del resto figlia di Mnemosine e nipote di Cronos.

  Marcello Filotei
20 settembre 2011 L’Osservatore Romano
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  • Pappano in web

    All by Myself è una power ballad che Eric Carmen ha scritto nel 1975. Il brano utilizza consapevolmente il tema del secondo movimento del Concerto per pianoforte e orchestra numero 2 di Sergei Rachmaninoff. Carmen credeva che i diritti fossero scaduti e deve aver pensato che non c’era bisogno di inventare una melodia nuova quando ce ne sono di già pronte. Quando si accorse che c’erano da pagare ancora le royalties trovò un accordo con gli eredi. Capita quando si sostiene di avere scritto la musica di altri. Chi fa queste cose spera che almeno non si sappia in giro, che rimanga in una cerchia ristretta di specialisti, e invece il 16 settembre scorso la notizia, vecchia di qualche decennio, era spiattellata su un blog dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, mentre l’orchestra — nell’ambito del progetto «Pappano in web» — eseguiva l’Adagio incriminato in streaming su internet: un po’ di giustizia per il compositore russo e un po’ di speranza per gli amanti della musica.

    Se c’è una cosa che non si può proprio fare nella rete è mentire, perché c’è sempre qualcuno che ti scoprirà. E così adesso che Carmen copiava lo sanno tutti, almeno tutti quelli che hanno seguito il concerto diretto da Antonio Pappano con Denis Matsuev al pianoforte: in programma il giovanile Preludio sinfonico di Puccini, il concerto per pianoforte in questione, e per finire la Sesta Sinfonia di Cajkovskij. Programma popolare, giustamente, commentato in diretta nella rete come fosse una serie televisiva su liceali ai primi amori. E qualche liceale, o perlomeno qualcuno digiuno di musica classica, navigando navigando è finito per ritrovarsi nel blog, e magari ha ascoltato pure qualche minuto di musica, e forse si è accorto che l’originale è migliore della copia, che decine di colonne sonore cinematografiche utilizzano, dichiaratamente o meno, lavori della tradizione classica, tanto non li riconosce nessuno. Così qualche ragazzino avrà scoperto che anche le sigle dei programmi televisivi, specialmente quelle belle, spesso sono «molto ispirate» a temi di autori classici, non sempre citati.

    Insomma quei compositori che vengono giudicati unanimemente noiosi, poi vengono saccheggiati regolarmente da quelli che si annoiano ai loro concerti, ma nei film, in televisione, nelle canzonette, non hanno un’ispirazione troppo feconda.

    Se c’è una speranza per il futuro dell musica classica — «forte» come l’ha definita Quirino Principe sull’inserto culturale del «Sole 24 ore» di domenica scorsa — sta nel farla ascoltare il più possibile. Anche in rete, possibilmente con trasmissioni di qualità tecnica elevata come in questo caso. Magari qualcuno scopre che già gli piace, solo che pensa l’abbia scritta qualcun’altro.

      Marcello Filotei
    18 settembre 2011 L’Osservatore Romano
    Take off the mask

    The best are always the ones to leave. And so too, Mario Castelnuovo-Tedesco left Italy in 1938. Forty-three years old and an extraordinary talent, he, like so many other composers, escaped the Nazi-Fascist racism and prejudice by fleeing to the United States. It was an unfortunate event for him but not for his music, which was enriched by the stimulation and eventually became an exceptional medley of styles. Italy lingered like a dream for a while, and then not even that.The Shakespeare Sonnets at the Museum of St Francis in Montefalco

    He suffered, his home Florence was far. There was the natural amount of nostalgia. This and much more was the life a great musician in exile. This and much more are his Shakespeare Sonnets: a compound work, underestimated, written over several periods from 1944 to 1963 and a work brought back to life last Sunday by the Sagra Musicale Umbra. They offered a wide selection, 24 of the 32, at the Museo di San Francesco in Montefalco. The pianist researcher Claudio Proietti had tracked down the sheet music in the Library of Congress in Washington D.C.. And Quirino Principe explored the meaning of the piece and then read aloud his own translations of Shakespeare before the execution of each sonnet. It then brought to life, with piano, by baritone Filippo Bettoschi and soprano Valentina Coladonato.

    Shakespeare’s Sonnets, all of them, help men know themselves better. Castelnuovo-Tedesco is no exception and he uses the bard to make an almost private confession, an authentic one, one unmasked: staring you straight in the face, the truth. And the truth is not always pleasant, it sometimes even hurts, as, for instance, when it comes to mind that not only do “roses have thorns” but a “loathsome canker lives in the sweetest bud”. Maybe he was a little homesick but without ever tying himself down to one style. Maybe that was because he found himself in a country where there simply was no sinlge fashion, where one style was no better than any other, where one used what he needed to say what he wanted to say at the moment, without prejudice. And these Sonnets seem like a succession of private rooms, where lurk from time to time the ghosts of Lieder, songs in Italan but with echoes of Cole Porter. These are the things that happen in America. Only one rule applies: take off the mask. It was a masterpiece, rendered beautifully by Coladonato, able to move gracefully from one mood to another, and by Bettochi, precise, elegant, at home especially in those lieder-like verses.

    Marcello Filotei L’Osservatore Romano
    September 15, 2011

     

    Giù la maschera

    Sono sempre i migliori che se ne vanno. E dall’Italia, nel 1938 se ne andò anche Mario Castelnuovo-Tedesco. Aveva 43 anni e un talento fuori dal comune. Come molti altri compositori si rifugiò negli Stati Uniti per sfuggire al pregiudizio razziale nazi-fascista. Sfortuna per lui e fortuna per la sua musica, che si arricchì di stimoli e finì col diventare una eccezionale mistura di stili.Gli «Shakespeare Sonnets» al Museo di San Francesco a MontefalcoL’Italia rimase un sogno, per un po’, poi nemmeno più quello.

    Sofferenza tanta, la natia Firenze era lontana. Nostalgia quanto basta. Questo e molto altro è stata la vita di un grande musicista esiliato. Questo e molto altro sono i suoi Shakespeare Sonnets, composita opera misconosciuta scritta a più riprese tra il 1944 e il 1963 e riportata in vita domenica scorsa dalla Sagra Musicale Umbra, che ne ha proposto una vasta selezione, 24 di 32, al Museo di San Francesco a Montefalco. A ritrovarli un pianista ricercatore, Claudio Proietti, che ne ha scovato la partitura nella Library of Congress a Washington. A spiegarne il senso ha pensato invece Quirino Principe, che ha anche offerto la voce alle sue stesse traduzioni shakespeariane prima dell’esecuzione di ogni sonetto. A eseguirli oltre a Proietti alla tastiera, il baritono Filippo Bettoschi e il soprano Valentina Coladonato.

    Sonnets di Shakespeare, tutti, servono a ogni uomo per capire meglio chi è. Castelnuovo-Tedesco non fa eccezione e usa il bardo per una confessione quasi privata, autentica, senza maschera: sguardo fisso negli occhi, solo la verità. E la verità non è sempre piacevole, a volte fa un po’ male, come quando torna alla mente che non solo «le rose hanno le spine», ma anche che «un verme schifoso dorme nel bocciolo più soave». Forse un po’ di nostalgia di casa, ma senza cedere a nessuna maniera. Anche perché il compositore si trovava nel Paese dove la maniera semplicemente non esiste, dove uno stile non è migliore di un altro, dove si usa quello che serve per dire quello che si vuole dire in quel momento, senza pregiudizi. E questi Sonnets sembrano una successione di stanze private, dove aleggiano di volta in volta fantasmi di Lieder, di canto italiano, ma anche echi di Cole Porter. Cose che succedono solo in America. Vige una sola regola: giù la maschera. Un capolavoro, reso magnificamente dalla Coladonato, capace di passare con disinvoltura da un atteggiamento vocale all’altro, e da Bettoschi, preciso, elegante, a suo agio soprattutto nei passaggi di impronta liederistica.

    Marcello Filotei
    15 settembre 2011 L’Osservatore Romano