21 Dec
La solita «solfa»
di Marcello Filotei
La storia della Sistina inizia quando ancora non esisteva la figura del direttore. Prima che Giuseppe Baini diventasse ufficialmente il primo maestro della Cappella Musicale Pontificia era sempre la solita «solfa». Nel senso che c’era qualcuno che «solfeggiava», che batteva il tempo. Quando si trattava di un coro spesso bastavano le mani, se erano coinvolti strumenti si tendeva a utilizzare un bastone, battendolo ritmicamente a terra.
Qualcuno c’aveva rimesso anche le penne, come Jean-Baptiste Lully, gloria del seicento francese, ma in realtà nato a Firenze dove lo chiamavano Giovanni Battista Lulli. Con o senza «y» che fosse, alla corte di Re Sole il compositore si fece molto apprezzare, ma rimase vittima dell’uso dell’epoca e della sua sbadataggine quando si colpì con forza un piede con il legno che usava per battere il tempo. Seguì una forte infezione. I medici gli consigliarono di farsi tagliare la gamba offesa, ma si sa i maestri non danno retta a nessuno.
Lully morì pochi mesi dopo per le conseguenze della ferita. Si apre forse però in quell’epoca, se non con lui, il percorso che porterà alla definizione del ruolo del direttore. Ci vorrà però ancora almeno un secolo prima di chiarire che la musica si fa in tanti, ma a comandare è uno solo.
Occorrerà attendere almeno fino al 1816, quando inizia l’ascesa di Baini, con la nomina all’incarico di segretario-puntatore. Si trattava di uno di quei lavori che in mano a un burocrate sarebbe diventato noioso e quasi inutile, in pratica bisognava tenere un diario di quello che accadeva. Ma se in un posto del genere capita un musicista talentuoso riportare i dettagli della vita giornaliera della più importante cappella musicale del mondo diventa un’occasione per mettere in mostra la propria competenza e la propria conoscenza della traduzione esecutiva e storica della Sistina.
Già l’anno dopo, nel 1817, Baini passa da redattore a protagonista delle notizie riportate sul diario. «Non è mai abbastanza lodata l’indefessa cura che il nostro rispettabilissimo signor maestro si prende per il bene di tutto il corpo in tutti i suoi punti di vista. Alle profonde cognizioni, ed erudizioni vastissime aggiunge tutte le fatiche, ed incomodi possibili, onde riportare sempre nuovo lustro, e vantaggio per tutti. Il suo nome resterà immortale negli annali della Pontificia Cappella per l’amore, stima e riconoscenza da cui giustamente sono tutti penetrati», si legge nelle cronache di un periodo nel quale il futuro direttore era già maestro pro tempore, ruolo dal quale cominciò a influenzare direttamente le esecuzioni, sia dal punto di vista del repertorio, sia del livello artistico.
È certo però che la situazione era piuttosto difficile, anche per un compositore come lui che all’epoca era già affermato. Le questioni da affrontare erano sostanzialmente due, venivano da molto lontano e sarebbero rimaste aperte anche dopo la morte di Baini. In primo luogo, essendo il coro esclusivamente maschile, c’era il problema di reperire voci acute. Le strade possibili non erano molte: o si introducevano le donne, cosa che non è mai stata all’ordine del giorno, o si continuava con gli evirati, oppure si lasciava più spazio alle voci bianche.
Le vicissitudini furono molte, ma i componenti la Cappella Sistina rimasero esclusivamente adulti e maschi. Tra i soprani c’erano sia falsettisti sia evirati, mentre i contralti, erano naturali, anche perché le voci acute maschili riescono a coprire agevolmente il registro che viene utilizzato nel repertorio della Sistina. Il problema dei soprani c’era e sarebbe rimasto per tutto il mandato di Baini e del suo successore Domenico Mustafà, per essere affrontato e risolto solo da Lorenzo Perosi all’inizio del Novecento.
Cambiare registro non era facile. I castrati, soprattutto dopo che il codice napoleonico aveva consentito alle donne di calcare i palcoscenici, stavano diventando una specie di fenomeno da baraccone, anche se le doti vocali erano indiscusse. Spesso, più che ad ascoltarli, si andava a vederli, un po’ per l’arte, molto per curiosità. Inoltre era sempre più difficile reclutare nuove leve. Con il tempo, quindi, quasi naturalmente gli evirati divennero sempre meno presenti in Sistina, anche se continuarono a far parte dell’organico ancora per molto.
La questione sarebbe divenuta assai spinosa alcuni decenni dopo, durante il periodo di transizione tra Mustafà e Perosi, che proprio su questo argomento troveranno i maggiori motivi di attrito. Da parte sua, invece, Baini dovette confrontarsi principalmente con il problema del livello artistico piuttosto basso al quale si era ridotta l’istituzione. Anche per questo fu scelto proprio lui a guidarla, rompendo una tradizione che assegnava la responsabilità di tenere il tempo al decano dei bassi, mentre era il più anziano dei solisti a dare gli attacchi per gli assolo.
All’epoca le due figure non sembravano di particolare importanza, si trattava esclusivamente di contare il tempo, non di dare indicazioni su come e cosa cantare. Quando i due ruoli confluirono in una sola persona, Baini, scelta per altro non con criteri di anzianità ma di merito, le cose cominciarono a cambiare veramente. Si era avviato il processo che avrebbe portato all’istituzione del ruolo di direttore della Cappella Musicale Pontificia, una sorta di inizio della modernità.
L’Osservatore Romano 20 dicembre 2012
6 Dec
Cierto: si no me pagan la pensión, probablemente no llegaré a conmoverme ante un Caravaggio, aunque puedo disfrutarlo gratuitamente en una iglesia romana. Pero si mi salario pierde poder adquisitivo, el mismo Caravaggio puede ayudarme a colmar el gap entre lo que desearía comprar y lo que me puedo permitir. Y esto es un riesgo para los economistas, que de hecho se mantienen a distancia de seguridad del arte, no sea que, a fuerza de recorrer museos, al
final el último período de Van Gogh les emocione más que el último modelo de tablet; y tal vez prefieran el penúltimo, resignándose al hecho de esa décima de segundo de mayor lentitud. Le sigue la caída de los consumos y de sus teorías.
Sin embargo, sobre todo cuando las cosas van mal, música, teatro, cine, libros pueden volver a llenar los vacíos existenciales más que los automóviles y otros bienes de consumo que la publicidad nos propone como panaceas. No porque ante la enésima vacación de Navidad por doquier haya diversión y no se piense en nada; al contrario, porque frente a un gigantesco Mark Rothko se puede disfrutar y al mismo tiempo comprender más lo que sucede a nuestro alrededor.
Entonces el servicio público se convierte en un instrumento esencial para esparcir a manos llenas bienes de reflexión masivos. Por ejemplo, seguir en directo por televisión el estreno de La Scala de Milán en Rai5, claramente, es un elemento de crecimiento que se debería tener en cuenta en la maniobra económica, junto, tal vez, a algún fondo para relanzar el sector. Incidentalmente, en los países en los que se razona a largo plazo, cuando la economía languidece donde primero se invierte dinero es en la cultura.
Si bien es necesaria una mayor atención mediática y económica por la cultura, también es verdad que las instituciones culturales no pueden seguir programando “en automático”. Con demasiada frecuencia se ha pensado que, con fondos en el banco y un concierto que organizar, lo único que hay que hacer es telefonear a una agencia para que proponga a un artista de fama mundial. Un método que era erróneo y que lo es ahora con mayor razón, dado que sector privado y público están mucho más atentos a dónde invierten en cultura.
Los caminos son dos: continuar lamentándose de la escasez de fondos, porque son pocos, y dilapidarlos llenando las carteleras de conciertos de paso; o seguir lamentándose de la escasez de fondos, porque son pocos, y aprovechar la ocasión para volver a idear, para programar siguiendo proyectos fuertes, introduciendo igualmente alguna idea, que no cuesta nada y por ello no se puede comprar.
Así que arte, cultura, economía y servicio público podrían hallar un momento de síntesis: el arte sirve al individuo para que sienta menos las necesidades y por ello la crisis; la cultura ayuda a relanzar la economía; y el servicio público detona el círculo virtuoso, haciéndolo evidente.
6 Dec
Of course, if they don’t give me my pension, I probably won’t be able to be moved by a Caravaggio, even if I can see it for free in a church in Rome. But if my salary loses its buying power, the same Caravaggio can help me to fill that gap between what I would like to buy and what I can afford. And this is a risk for economists who maintain a safe distance
from art because it may be that Van Gogh’s final period will move them more than the latest IPAD model. And perhaps they will keep their old model and resign themselves to the fact that it moves a tenth of a second more slowly. The collapse of consumerism and their theories follows.
When things are not going well, however, music, theatre, cinema and books can fill existential voids more than automobiles and other consumer goods that publicity tries to sell as panaceas. Not because the umpteenth Christmas vacation somewhere distracts us and allows us not to think about anything, but, on the contrary, because standing before a gigantic Mark Rothko we can enjoy and at the same time better understand what is happening around us.
Public service, then, becomes an essential instrument for mass reflection. For example, to be able to watch live on television the opening night at La Scala in Milan (in Italy on Rai5, December 7th 17:45), is an instrument for growth which should be taken into consideration in economics together with finding some funds for re-starting the sector. More precisely, in countries with a long-term outlook, the first thing to be done when the economy languishes is invest in culture.
If more attention to culture on the part of media and economics is necessary, it is also true that cultural institutions cannot continue to function on autopilot. Too often, when there is money in the bank and a concert to organize, the practice has been to call up an agency and find an internationally famous artist to book. It is a method which has always been misguided and is even more so now that both the private and public sectors are more attentive to where they put their money for culture.
There are two roads open: continue to complain about lack of funds, because there is a lack of funds and squander what little there is on passing concerts or continue to complain about lack of funds, because there is a lack of funds and use the opportunity to create strong programs which are original, cost nothing and therefore cannot be bought.
Art, culture, economy and public service could then find their moment of synthesis: art helps the individual to feel his lack and therefore the crisis less intensely, culture helps to re-launch the economy, and public service triggers a virtuous circle which makes it all apparent.
6 Dec
Le emozioni non fanno salire il prodotto interno lordo. Al contrario più il Pil scende più l’arte viene percepita come bene rifugio intellettuale, come strumento per superare le difficoltà esistenziali o psicologiche che derivano necessariamente da quelle economiche.
Certo, se non mi danno la pensione non riuscirò probabilmente a commuovermi troppo davanti a un Caravaggio, anche se posso godermelo gratuitamente in una chiesa romana. Ma se il mio salario perde potere d’acquisto, lo stesso Caravaggio può aiutarmi a colmare il gap tra quello che vorrei comprare e quello che mi posso permettere. E questo è un rischio per gli economisti, che in genere si tengono a distanza di sicurezza dall’arte, perché poi magari a forza di girare
musei finisce che l’ultimo periodo di Van Gogh li colpisce di più dell’ultimo modello di tablet, e forse si tengono il penultimo rassegnandosi al fatto che va quel decimo di secondo più lento. Segue crollo dei consumi e delle loro teorie.
Soprattutto quando le cose vanno male, però, musica, teatro, cinema, libri possono tornare a riempire i vuoti esistenziali più delle automobili e di altri beni di consumo che la pubblicità ci propone come succedanei. Non perché di fronte all’ennesima vacanza di Natale da qualche parte ci si svaga e non si pensa a niente, ma al contrario perché davanti a un gigantesco Mark Rothko si può godere e al tempo stesso capire di più quello che avviene attorno a noi.
Il servizio pubblico, allora, diventa uno strumento essenziale per spargere a piene mani beni di riflessione di massa. Per esempio seguire in diretta televisiva la prima del Teatro alla Scala di Milano su Rai5 (il 7 dicembre alle 17.45), in chiaro, è un elemento di crescita di cui si dovrebbe tenere conto nella manovra economica, assieme magari a qualche fondo per rilanciare il settore.
Certo Rai5 — promessa mantenuta del presidente Garimberti che proprio su queste pagine si era impegnato a favorire l’apertura di un canale televisivo culturale — da quando è partita, poco più di un anno fa, ha avuto una fortuna sfacciata per quanto riguarda le prime della Scala: lo scorso anno ha mandato in onda La Valchiria di Wagner e quest’anno può godere del Don Giovanni di Mozart, entrambi sotto la bacchetta di Daniel Barenboim. Due titoli che hanno molto più appeal televisivo per esempio dell’Armida di Gluck del 1996, che sarà stata pure importante se non godibilissima, ma avrebbe avuto maggiori difficoltà ad affrontare un pubblico televisivo. Con Mozart magari sarà qualcuno in più del previsto a verificare che le rivendicazioni sindacali erano pressanti già al tempo di Leporello, che vuole «fare il gentiluomo» e non vuole «più servir» e che già nel Settecento c’era chi aveva una «passion predominante» per «la giovin principiante». E se non abbassa lo spread la lussuria di Don Giovanni alza l’ingegno, anche grazie alla diffusione che la televisione garantisce a eventi del genere.
Ma se è necessaria una maggiore attenzione mediatica ed economica verso la cultura, è anche vero che le istituzioni culturali non possono continuare a programmare in automatico. Troppo spesso si è pensato che con i soldi in banca e un concerto da organizzare l’unica cosa da fare è telefonare a un’agenzia per farsi proporre un artista di fama mondiale. Un metodo che era sbagliato prima e lo è a maggior ragione ora che privato e pubblico sono molto più attenti a dove investono per la cultura.
Le strade sono due: continuare a lamentarsi dei pochi fondi, perché sono pochi, e sperperarli riempiendo i cartelloni di concerti di passaggio, oppure continuare a lamentarsi dei pochi fondi, perché sono pochi, e cogliere l’occasione per tornare a ideare, per programmare seguendo progetti forti, mettendoci dentro pure qualche idea, che non costa niente e per questo non si può comprare.
Arte, cultura, economia e servizio pubblico allora potrebbero trovare un momento di sintesi: l’arte serve al singolo per sentire meno i bisogni e quindi la crisi, la cultura aiuta a rilanciare l’economia, il servizio pubblico innesca il circolo virtuoso rendendolo evidente.