La solita «solfa»

 di Marcello Filotei

La storia della Sistina inizia quando ancora non esisteva la figura del direttore. Prima che Giuseppe Baini diventasse ufficialmente il primo maestro della Cappella Musicale Pontificia era sempre la solita «solfa». Nel senso che c’era qualcuno che «solfeggiava», che batteva il tempo. Quando si trattava di un coro spesso bastavano le mani, se erano coinvolti strumenti si tendeva a utilizzare un bastone, battendolo ritmicamente a terra.

Qualcuno c’aveva rimesso anche le penne, come Jean-Baptiste Lully, gloria del seicento francese, ma in realtà nato a Firenze dove lo chiamavano Giovanni Battista Lulli. Con o senza «y» che fosse, alla corte di Re Sole il compositore si fece molto apprezzare, ma rimase vittima dell’uso dell’epoca e della sua sbadataggine quando si colpì con forza un piede con il legno che usava per battere il tempo. Seguì una forte infezione. I medici gli consigliarono di farsi tagliare la gamba offesa, ma si sa i maestri non danno retta a nessuno.

Lully morì pochi mesi dopo per le conseguenze della ferita. Si apre forse però in quell’epoca, se non con lui, il percorso che porterà alla definizione del ruolo del direttore. Ci vorrà però ancora almeno un secolo prima di chiarire che la musica si fa in tanti, ma a comandare è uno solo.

Occorrerà attendere almeno fino al 1816, quando inizia l’ascesa di Baini, con la nomina all’incarico di segretario-puntatore. Si trattava di uno di quei lavori che in mano a un burocrate sarebbe diventato noioso e quasi inutile, in pratica bisognava tenere un diario di quello che accadeva. Ma se in un posto del genere capita un musicista talentuoso riportare i dettagli della vita giornaliera della più importante cappella musicale del mondo diventa un’occasione per mettere in mostra la propria competenza e la propria conoscenza della traduzione esecutiva e storica della Sistina.

Già l’anno dopo, nel 1817, Baini passa da redattore a protagonista delle notizie riportate sul diario. «Non è mai abbastanza lodata l’indefessa cura che il nostro rispettabilissimo signor maestro si prende per il bene di tutto il corpo in tutti i suoi punti di vista. Alle profonde cognizioni, ed erudizioni vastissime aggiunge tutte le fatiche, ed incomodi possibili, onde riportare sempre nuovo lustro, e vantaggio per tutti. Il suo nome resterà immortale negli annali della Pontificia Cappella per l’amore, stima e riconoscenza da cui giustamente sono tutti penetrati», si legge nelle cronache di un periodo nel quale il futuro direttore era già maestro pro tempore, ruolo dal quale cominciò a influenzare direttamente le esecuzioni, sia dal punto di vista del repertorio, sia del livello artistico.

È certo però che la situazione era piuttosto difficile, anche per un compositore come lui che all’epoca era già affermato. Le questioni da affrontare erano sostanzialmente due, venivano da molto lontano e sarebbero rimaste aperte anche dopo la morte di Baini. In primo luogo, essendo il coro esclusivamente maschile, c’era il problema di reperire voci acute. Le strade possibili non erano molte: o si introducevano le donne, cosa che non è mai stata all’ordine del giorno, o si continuava con gli evirati, oppure si lasciava più spazio alle voci bianche.

Le vicissitudini furono molte, ma i componenti la Cappella Sistina rimasero esclusivamente adulti e maschi. Tra i soprani c’erano sia falsettisti sia evirati, mentre i contralti, erano naturali, anche perché le voci acute maschili riescono a coprire agevolmente il registro che viene utilizzato nel repertorio della Sistina. Il problema dei soprani c’era e sarebbe rimasto per tutto il mandato di Baini e del suo successore Domenico Mustafà, per essere affrontato e risolto solo da Lorenzo Perosi all’inizio del Novecento.

Cambiare registro non era facile. I castrati, soprattutto dopo che il codice napoleonico aveva consentito alle donne di calcare i palcoscenici, stavano diventando una specie di fenomeno da baraccone, anche se le doti vocali erano indiscusse. Spesso, più che ad ascoltarli, si andava a vederli, un po’ per l’arte, molto per curiosità. Inoltre era sempre più difficile reclutare nuove leve. Con il tempo, quindi, quasi naturalmente gli evirati divennero sempre meno presenti in Sistina, anche se continuarono a far parte dell’organico ancora per molto.

La questione sarebbe divenuta assai spinosa alcuni decenni dopo, durante il periodo di transizione tra Mustafà e Perosi, che proprio su questo argomento troveranno i maggiori motivi di attrito. Da parte sua, invece, Baini dovette confrontarsi principalmente con il problema del livello artistico piuttosto basso al quale si era ridotta l’istituzione. Anche per questo fu scelto proprio lui a guidarla, rompendo una tradizione che assegnava la responsabilità di tenere il tempo al decano dei bassi, mentre era il più anziano dei solisti a dare gli attacchi per gli assolo.

 All’epoca le due figure non sembravano di particolare importanza, si trattava esclusivamente di contare il tempo, non di dare indicazioni su come e cosa cantare. Quando i due ruoli confluirono in una sola persona, Baini, scelta per altro non con criteri di anzianità ma di merito, le cose cominciarono a cambiare veramente. Si era avviato il processo che avrebbe portato all’istituzione del ruolo di direttore della Cappella Musicale Pontificia, una sorta di inizio della modernità.

L’Osservatore Romano 20 dicembre 2012