Archive for February, 2012

Sanremo 2009

Fossero solo canzonette

«Secondo lei il neo eletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrà un compito arduo?». L’espressione interdetta del presidente dell’assemblea generale delle Nazioni Unite Miguel d’Escoto Brockmann di fronte alla domanda di Paolo Bonolis vale da sola il prezzo dell’abbonamento Rai. Una sintesi dell’atmosfera del festival di Sanremo, che il conduttore rende più frizzante con citazioni di letture dal sussidiario. Dalle Termopili a Pavese, Bonolis ce la mette tutta per garantire alla kermesse canora una vernice di alto spessore culturale, ma con risultati disarmanti. Surreale sembra soprattutto scomodare il gregoriano per poi presentare sul palco personaggi che, complice la diretta, sembrano a disagio proprio con il canto. Qualcuno pretenderà che per esibirsi occorrano doti vocali e tecnica, ma si tratta di critici musicali ormai superati e senza speranza. Con buona pace degli ottimi professori dell’orchestra chiamati anche a tamponare improvvise falle canore.

Gli educatori dei futuri cantanti, che inoculano il loro sapere attraverso la televisione, hanno già provveduto a riformare i gusti del pubblico e le aspirazioni adolescenziali con metodi moderni: «Metticela tutta e tira fuori le emozioni». Sotto la doccia funziona sempre, in qualche caso anche in sala d’incisione, ma se si tratta di affrontare contemporaneamente un microfono e un pubblico le emozioni bisogna saperle gestire, a volte tenerle a bada, poi, magari, provare pure a trasmetterle. È un po’ quello che succede quando si devono porre domande a una carica istituzionale mondiale: avere intorno qualcuno che abbia un’idea generica della personalità e del ruolo che ricopre l’interlocutore aiuta, ma in fondo si può sempre ripiegare su un tranquillizzante: «Faccia un bell’augurio agli italiani». In cambio si riceve un prevedibile «il mio augurio è che il popolo italiano si possa divertire, perché abbiamo tutti bisogno della musica per rinnovare il nostro spirito», che è pur sempre qualcosa.

E allora, facendo proprio l’auspicio che viene dal Palazzo di Vetro, il festival di Sanremo potrebbe tentare di recuperare una sana dimensione di promotore di musica popolare. Puccini lo eseguono già in tutti i teatri dell’opera del mondo, in continuazione, non c’è bisogno che un’artista straordinaria come Mina, nascosta dietro i riverberi dei mixer digitali, renda insapore una delle arie più note della lirica. Largo alla musica popolare, in tutti i suoi risvolti, ma scritta da chi sa ancora tracciare sul pentagramma un motivetto di facile presa, o un ritmo irresistibile. Rap, pop, rock, melodico, jazz, etno, va bene tutto, ma il microfono sia offerto solo a quanti ne garantiscano l’incolumità — ma non sembra che siano poi molti — e la bacchetta del direttore solo a chi assicuri di avere frequentato non le polverose aule dei conservatori, ma almeno le peripezie bandistiche del maestro Antonio Scannagatti, il cigno di Caianello reso immortale da Totò.

L’Osservatore Romano
19 febbraio 2009
Storia della Cappella Musicale Pontificia
Gaspare Spontini era uomo di fede e musicista sommo. Quando gli chiesero di approntare un Rapporto intorno la Riforma della Musica di Chiesa prese la cosa sul serio e presentò un atto d’accusa grave che non poteva essere frainteso. Riforma o baratro dell’arte, non si fanno prigionieri. L’uomo era anziano, la tempra forte.

Il musicista e compositore marchigianoPer uno nato nel 1774 nell’estate del 1838 era il momento di prendersi un momento di congedo. Il re di Prussia acconsentì e Spontini viaggiò un po’. Andò in Inghilterra dove trovò il tempo per scrivere alcune cantate per la regina Vittoria. Una puntatina a Parigi e poi il ritorno in Italia, dove si rese conto che lo stato della musica sacra era peggiore di quello che si attendeva. Il 30 ottobre arrivò a Jesi e, tra un’opera di beneficenza e l’altra, ebbe modo di parlare con il cardinale arcivescovo Pietro Ostini. Dopo gli incontri il porporato si convinse ad agire e il 27 novembre dello stesso anno emanò un editto «contro l’abuso delle musiche teatrali introdotte nelle chiese».

Forte di questo documento, che aveva contribuito a scrivere, Spontini cominciò a lavorare al suo rapporto, anche se fin dall’inizio aveva qualche dubbio sul fatto che il vescovo di una singola diocesi potesse realmente incidere sulla riforma della musica liturgica. Questi argomenti di solito venivano trattati nei palazzi del Vaticano, difficilmente i depositari della tradizione, la Cappella Sistina, avrebbero accettato ingerenze.

Fatta la tara degli stili che nei secoli si avvicendano, il problema è sempre lo stesso: la relazione tra suono e liturgia, la capacità della musica di elevare gli animi. Ma queste sono parole vuote, se non si scende, o si sale, nel tecnico. Dire, scrivere, auspicare che la musica sacra torni ai livelli eccelsi del passato, sia capace di innalzare l’anima e accompagni il cammino della preghiera è inutile, perché chiunque potrà piegare queste parole alle proprie convinzioni e continuare ad agire come ha sempre fatto. Se si ritiene che il livello delle musica liturgica sia basso, nell’Ottocento come oggi, è necessario operare come fece Spontini, chiarendo quello che si può o non si può fare, le dichiarazioni generiche d’intenti non hanno mai prodotto risultati.

Prima però ci vuole un’analisi accurata, che in questo caso inizia dagli abusi. Comportamenti di questo genere ci sono sempre stati e anche Spontini rilevava che quelli del XVII secolo «furono repressi dal Pontefice Alessandro VII con la Costituzione Piis sollicitudinis del 1657. Ma non bastò. Toccò a Benedetto XIV emanare «una Enciclica a tutti i Vescovi dello Stato Ecclesiastico sotto il giorno 19. Febraro 1749. in cui a lungo si fa a parlare della conveniente Musica ecclesiastica tanto vocale che instrumentale». E non poteva mancare, ovviamente, il riferimento all’«Editto contro l’abuso delle musiche teatrali introdotto nelle Chiese del 27 Novembre 1838 dell’Eminentissimo Cardinale Ostini Arcivescovo Vescovo di Jesi», che viene costituito come «capo d’accusa contro il menzionato genere di musica di Chiesa profano, lascivo ed impuro, sacrilego altrettanto miserabilissimo, come arte, abilità, e talento de’ delinquenti».

«Delinquenti», ecco da dove venivano gli schiaffi sulla nuca al grido di delinquente che alcuni insegnanti di pianoforte riservavano ai loro allievi che perseveravano nell’ignorare le alterazioni. Delinquenti erano per gli attempati maestri coloro che si spacciavano per solisti e non rispettavano il dettato dello spartito. Delinquenti erano per Spontini quelli che si spacciavano per compositori e non rispettavano la liturgia. E il grande artista spiega esattamente perché, andando al nocciolo della questione: non si trattava solamente di bandire dalle chiese le parodie di pezzi d’opera, cioè quei brani che alla musica da teatro sovrappongono testi sacri, ma di evitare in primo luogo gli atteggiamenti tecnici virtuosistici, che oramai avevano invaso la musica sacra. Questo è un atteggiamento costruttivo. Spontini non enuncia principi generali, ma chiarisce che a certi atteggiamenti stilistici corrisponde un risultato sonoro non consono.

Certo che parlando così chiaramente qualche nemico rischi di fartelo e, soprattutto, se definisci con esattezza i tuoi scopi, tutti quelli che pensano di poter essere danneggiati si mobilitano. Cosa che avvenne. Perché una cosa è denunciare la «funesta decadenza» della musica sacra altra è accusare direttamente la Sistina, sottolineando che musiche ritenute non degne della liturgia finirono col corrompere «i sensi del pubblico di tutti i ceti, poiché queste profane melodie servivano di titoli e temi di messe famosissime in tal genere, cantate perfino nella Cappella Apostolica».

Come tutti i buoni riformatori sanno, se si vogliono ottenere risultati bisogna puntare a un obiettivo possibile. In questo caso Spontini non lo fece. L’obiettivo è quello di ricostruire dalle fondamenta l’organizzazione delle istituzioni che operano nella musica liturgica, e per fare questo il maioletano non esitò a dichiarare che Baini, imminente primo direttore della Sistina, prima si era detto disponibile a sorreggere i suoi sforzi, e poi si era tirato indietro avendo capito che una riforma profonda avrebbe portato importanti modifiche all’organizzazione della Cappella, e avrebbe intaccato la sua autonomia.

Se le idee dei due maestri da un punto di vista artistico potevano coincidere, almeno in gran parte, quando si trattava di passare all’azione le strategie erano diverse. Non solo ognuno cercava di preservare i propri privilegi o di garantirsene di nuovi, ma entrambi pensavano di avere la soluzione. Del resto è proprio questa una delle prerogative dei direttori e degli artisti in generale: pensano sempre di avere ragione loro.

Ma qualche differenza c’era. Probabilmente Spontini aveva idee più progressiste dal punto di vista stilistico. Sicuramente non si deve pensare che le critiche che il compositore marchigiano sollevava fossero puntate a un ritorno a un passato glorioso da scimmiottare. Il più grande figlio della marchigiana Maiolati utilizzava la tradizione per andare avanti, non per tornare indietro. E lo diceva esplicitamente: «non voglio affatto intendere che la musica debba retrocedere da quei progressi che ha fatto. No; tutto al contrario. Intendo, che la Musica di Chiesa trasporti i Popoli in estasi verso il Cielo, lodando il Signore con melodie dolci, gaje, brillanti, fervorose, animate e piacevoli come gli Angeli ed i Serafini ci figuriamo noi che cantino in Paradiso, ma non mai a guisa dei baccanti, e demonj che gridano, urlano». E per essere chiari aggiungeva: «Non intendo dire a questi Signori Compositori e Suonatori di Organo; cessate di profanare la Chiesa colle lascive ed impure melodie di Teatro, di Festini, di ballo, di Valz, e di marcie militari, ed introduceteci una musica rancida, insignificante, triviale, monotona e nojosa; no, scegliete, inventate (se ne siete capaci) dei canti, delle melodie, belle consonanti, nobili, grandiose, inebrianti, religiose, esprimenti le sacre parole».

«Se siete capaci», questa è la condizione principale, e se non sapete comporre in maniera conveniente cercate almeno di eseguire bene la musica degli altri, che vi sarà peraltro indicata in una apposita biblioteca, in un fondo dove troveranno posto solo capolavori. Il problema semmai è chi sceglie i capolavori.

Ma non è ancora tempo, perché l’attacco più forte deve ancora arrivare. Spontini è uno che ha viaggiato, non riesce a farsi una ragione del fatto che proprio nella culla del cristianesimo la situazione sia così grave e accusa apertamente: «Tali e tanti esempj di profanazione de’ Luoghi Sacri colla introduzione in essi della musica oscena delle opere teatrali, non l’ho affatto trovati nelle Chiese e neppure nei tempi di differenti Comunioni nella Germania tutta, né in Francia, né in Inghilterra, né in Elvezia, né in altri Stati, ma solo nella mia Italia, nei Stati Pontificij, e segnatamente in Roma, dove il più è praticata da inesperti Principianti».

La Sistina viene attaccata direttamente, e ne viene addirittura messa in discussione l’esistenza. Lo stato drammatico della musica liturgica sarebbe dovuto alla discordia tra Santa Cecilia e Cappella Pontificia. E qui non si parla solo di arte, ma di stipendi e di prestigio. Spontini chiede un intervento diretto del Papa che «riunisca una volta in fine il Corpo così detto privilegiato ristretto sul genere proprio per cui è stato fino da’ secoli istituito, all’Antichissima Congregazione ed Accademia di S. Cecilia, Madre di tutti i più grandi Maestri». Insomma fondere la Cappella Pontificia a Santa Cecilia sarebbe l’unico modo per evitare che «gli abusi, la ignoranza, la corruzione, la profanazione di musica di Chiesa, che tutti insieme si avanzano a passi giganteschi» portino «fra pochissimo tempo al colmo della barbarie dei suaccennati secoli del medio evo questa nobilissima arte scientifica e dilettevole, chiamata dal genere umano la lingua per parlare ed umiliarsi a Dio».

Se il compositore marchigiano fosse riuscito nel suo intento oggi la Cappella Sistina sarebbe una cosa molto diversa. L’impresa era titanica, ma Spontini ci si gettò anima e corpo. Nella sua visione da Roma bisogna decidere e dirigere ogni cosa, perché non si può con un editto «dare il genio, talento ed abilità a quei Maestri Compositori e Suonatori di organo che non hanno saputo finora che impasticciare la musica delle Opere sentite su i teatri, sotto la quale hanno sostituito, prostituendole, le parole sacre della Messa e degli Ufficj divini». Quindi l’unica via d’uscita era quella di istituire una biblioteca alla quale tutti avrebbero dovuto attingere quando non fossero stati in grado di scrivere musica nuova adeguata. L’idea era rivoluzionaria e, se realizzata, avrebbe scontentato migliaia di persone nelle chiese di mezzo mondo. Inoltre una riforma del genere non poteva piacere a Baini, il quale avrebbe dovuto ammettere che le condizioni nelle quali versava lo stato della musica sacra sarebbero derivate dai privilegi dei cantori della Sistina con Santa Cecilia. Per non parlare del fatto che il rapporto, vergato tra la fine del 1838 e l’inizio del 1839, giungeva da un organismo esterno e ledeva i diritti dei cantori.

Baini trovò il documento troppo duro e lavorò perché venisse modificato o cadesse nell’oblio. Spontini, non fece un solo passo indietro e continuò a promuoverlo come poteva. Risultato zero. Finisce qui l’avventura del maioletano che volle troppo e non ottenne nulla.

15 febbraio 2012 L’Osservatore Romano

 

Un soprano al comando

Nel 1878 Domenico Mustafà è nominato direttore della Sistina

Leone XIII non era tipo da derogare dalle regole imposte dai suoi predecessori. Anche per questo qualche anno dopo essere stato eletto dispose che fosse rimosso dall’incarico il cantore ammogliato Giuseppe Brucchietti. Le norme vanno rispettate, ma è prerogativa dei Pontefici modificarle. E proprio quel licenziamento può essere visto come il segnale che qualche cosa andava cambiato alla Cappella Musicale Pontificia.

L’incaricato della riforma fu Domenico Mustafà, uno degli ultimi cantori evirati, che in realtà era stato nominato direttore Particolare del monumento sepolcrale di Mustafà nel cimitero di Montefalco (Perugia)perpetuo della Sistina da Pio IX, ma svolse il suo mandato sotto Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, che avrebbe regnato fino al 1903. Leone XIII aveva le idee chiare e la voglia di dare impulso sia alle esecuzioni, sia alle riforme, ma entrambe le attività non procedettero senza intoppi.

Uno dei punti deboli della Cappella è stato storicamente la poca abitudine alle prove. Nel lungo periodo di interregno tra la morte di Giuseppe Baini, nel 1844, e la formalizzazione dell’incarico al suo successore, nel 1878, le cose non potevano migliorare. Inoltre la nomina di Mustafà non fu accettata tra i cantori senza qualche mal di pancia. Il nuovo maestro, pur apprezzato da molti, non era unanimemente riconosciuto come un direttore all’altezza del suo predecessore. Inoltre la sua nomina rappresentava uno strappo alla regola. Baini, era un basso, e sembrava quindi naturale che salisse sul podio, visto che per tradizione l’attacco veniva dato proprio dal più anziano dei bassi. Mustafà, invece, era una sopranista, ruolo generalmente ricoperto da cantori più attenti ai propri virtuosismi che all’andamento d’insieme.

Ma le consuetudini, come le regole, sono fatte per essere infrante e, a nomina fatta, il nuovo maestro cominciò a riorganizzare la Cappella. Tanto più che Leone XIII amava ascoltare la Sistina anche in privato, e non sembra fosse tenero nei giudizi se sentiva qualcosa che non lo soddisfaceva.

Le prove ripresero con una certa costanza nel 1880 e il coro tornò ad approfondire con regolarità il repertorio di Mustafà in una foto del 1898 tradizione, soprattutto quello eseguito nelle festività solenni. Mustafà si scontrava però con la carenza di voci, divenuta cronica. I cantori non erano in numero sufficiente, né erano distribuiti egualmente tra i vari registri. Si faceva spesso ricorso a ospiti, provenienti principalmente dalla Giulia, e tra i soprani, cominciarono a comparire sempre più frequentemente dei fanciulli. Paradossalmente proprio un sopranista come Mustafà, che in futuro avrebbe dato dimostrazione di non essere d’accordo con l’esclusione degli evirati dal coro, diede inizio di fatto a quel processo che porterà alla sostituzione delle voci acute maschili con quelle di bambini. Il percorso, però, sarà portato a termine, non senza difficoltà, da Lorenzo Perosi.

Il problema degli “aggiunti”, come si chiamano oggi, è sempre lo stesso: per quanto siano bravi non possono evitare che un ensemble perda la sua specifica personalità. Il suono è una cosa che si costruisce con il tempo, grazie al lavoro del maestro. La condizione necessaria, ma non sufficiente, è che ci siano sempre le stesse persone a cantare o a suonare, così da creare uno speciale affiatamento che porta a un timbro originale. La Sistina era già in difficoltà, ma da quando fu autorizzata la partecipazione «anche degli estranei per supplire all’attuale deficienza delle voci necessarie per i concerti», nel luglio del 1881, perse anche di riconoscibilità.

Mustafà pare ce la mettesse tutta per ristrutturare la Cappella, ma i risultati non arrivavano. Il metodo che il maestro adottò alla fine dell’Ottocento per farsi ascoltare fu quello di annunciare le dimissioni e di ritirarsi a Montefalco, dove sarebbe morto, ma molti anni dopo nel 1912.

Fino al 1891, in vari modi, il direttore si tenne lontano dal suo incarico per lunghi periodi, tornando di quando in quando per rispondere positivamente agli inviti che giungevano dalle sacre stanze. Una delle occasioni per ascoltarlo dirigere fu la messa del primo gennaio 1888, per il giubileo sacerdotale di Leone XIII. Un appuntamento al quale non si poteva mancare e che convinse Musfatà a comporre il mottetto Domine salvum me fac. Finita la festa si ritornò alla normalità, che consisteva nell’affidare la direzione ad interim a Innocenzo Pasquali. Qualcuno, come spesso era accaduto, pensò a fare ricorso a un maestro estraneo al mondo Vaticano, ma, come sempre è successo in questi casi, non se ne fece niente. Mustafà rimaneva inamovibile, attendendo la possibilità di realizzare la sua riforma. In caso contrario preferiva rimanere quanto più possibile lontano dal coro.

Finalmente il 7 marzo 1891, con un apposito decreto, la Sistina provò a mettersi al passo con i tempi, o almeno adottò le misure volute dal maestro. Fu promulgato un regolamento che affrontava sia questioni economiche (in sostanza venivano aumentati i compensi) sia questioni artistiche: il numero dei cantori veniva fissato a trentadue, otto per ogni registro vocale. Inoltre venivano aboliti l’obbligo della tonsura e del celibato, ma soprattutto si disponeva l’ammissione di fanciulli cantori. A questo seguiva l’obbligo di una certa regolarità nelle prove. Diritti e doveri, insomma, con attenzione all’arte: per esempio si disponeva che un membro del coro assente andasse sostituito con un cantore dello stesso registro, che potrebbe sembrare scontato, ma pare che nella prassi non lo fosse.

Malgrado tutto fosse stato messo nero su bianco, alle dichiarazioni d’intento stentavano a seguire i fatti. In primo luogo i cantori rimanevano in numero limitato, il che portava continuamente a invitare degli esterni con il conseguente declino del livello artistico. La situazione doveva essere grave se nel giugno del 1892 Mustafà si trovò costretto a comunicare che probabilmente non sarebbero stati garantiti i servizi a San Pietro visto che, a causa dello scarso numero di componenti, la Sistina non poteva assicurare un livello decoroso delle esecuzioni.

Qualche nota positiva però non mancava, in particolare nel 1894 per il trecentesimo anniversario della morte di Palestrina nella sala Clementina si registrò un’esecuzione molto apprezzata. Leone XIII scrisse a Mustafà congratulandosi per il buon esito del tentativo di «rimettere e conservare le insigni tradizioni della Sistina», invitando anche tutti i cantori a continuare nell’impegno in modo che «a giorni migliori possa il vostro Collegio riprendere parte che ebbe sempre sì splendida nel corso delle sacre solennità: si studii intanto di continuare assiduo nella palestra delle consuete esercitazioni». Insomma avete cantato bene, continuate a lavorare.

Le critiche però non mancavano ed erano incentrate sul repertorio antico più che su quello moderno. In pratica la Sistina veniva accusata di affrontare con scarsa cura i brani di Palestrina, mentre i lavori contemporanei erano apprezzati. Nel 1896 in occasione di festeggiamenti in onore di Guido D’Arezzo il periodico milanese «Musica Sacra» criticò aspramente l’esecuzione del Credo dalla Missa Papae Marcelli: «fu cantato tutto d’un pezzo come suol dirsi, ad eccezione dell’Incarnatus, con un forte da sbalordire. Perché in questo capolavoro sbandire la coloritura? Non si poteva rimediare in tal guisa a far risaltare le singole parti col temperare e moderare quelle troppo forti?».

I cantori sistini protestarono sostenendo che il giornalista non aveva nemmeno citato correttamente le opere eseguite. Chiesero una rettifica e ottennero una lunga replica, nella quale l’autore dettagliava i motivi dell’insoddisfazione: «non è certo malevolenza che mi fece scrivere in tal maniera, ma l’ardente desiderio che nutro affinché la Cappella Sistina possa nuovamente corrispondere alla fama che meritatamente godette fin ad un secolo fa. Non sono io il solo a lamentare l’indirizzo che ha preso da qualche anno la Cappella in materia di canto. Non parlo degli Offertorii, dei Postcommunio, ed anche degli Introiti martellati ed armonizzati per ottave, quinte e terze, e molto anche di seguito, che certamente non rivelano speciali tradizioni, ma vera imperizia nel canto gregoriano. Di Palestrina poi, in questi ultimi anni, si eseguirono sempre le stesse e ben poche cose». L’ufficio pubbliche relazioni della Sistina non aveva funzionato a dovere. L’esito della protesta fu quello di ingigantire il rilievo della critica. Seguirono nuove proposte di riforma, che però sembravano riportare la Sistina indietro nel tempo. Mustafà ottenne nel 1897 una nuova ordinanza nella quale di fatto si riduceva il numero dei cantori attivi, ma si prevedeva tra l’altro la formazione di due «fanciulli evirati» che avrebbero servito come futuri sopranisti nella Sistina. Non sarebbe stato questo il futuro della Cappella Musicale Pontificia, un futuro che sarebbe cominciato di lì a pochi anni con l’avvento di Perosi.

  L’Osservatore Romano 3 febbraio 2012