20 Feb
«Secondo lei il neo eletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrà un compito arduo?». L’espressione interdetta del presidente dell’assemblea generale delle Nazioni Unite Miguel d’Escoto Brockmann di fronte alla domanda di Paolo Bonolis vale da sola il prezzo dell’abbonamento Rai. Una sintesi dell’atmosfera del festival di Sanremo, che il conduttore rende più frizzante con citazioni di letture dal sussidiario. Dalle Termopili a Pavese, Bonolis ce la mette tutta per garantire alla kermesse canora una vernice di alto spessore culturale, ma con risultati disarmanti. Surreale sembra soprattutto scomodare il gregoriano per poi presentare sul palco personaggi che, complice la diretta, sembrano a disagio proprio con il canto. Qualcuno pretenderà che per esibirsi occorrano doti vocali e tecnica, ma si tratta di critici musicali ormai superati e senza speranza. Con buona pace degli ottimi professori dell’orchestra chiamati anche a tamponare improvvise falle canore.
Gli educatori dei futuri cantanti, che inoculano il loro sapere attraverso la televisione, hanno già provveduto a riformare i gusti del pubblico e le aspirazioni adolescenziali con metodi moderni: «Metticela tutta e tira fuori le emozioni». Sotto la doccia funziona sempre, in qualche caso anche in sala d’incisione, ma se si tratta di affrontare contemporaneamente un microfono e un pubblico le emozioni bisogna saperle gestire, a volte tenerle a bada, poi, magari, provare pure a trasmetterle. È un po’ quello che succede quando si devono porre domande a una carica istituzionale mondiale: avere intorno qualcuno che abbia un’idea generica della personalità e del ruolo che ricopre l’interlocutore aiuta, ma in fondo si può sempre ripiegare su un tranquillizzante: «Faccia un bell’augurio agli italiani». In cambio si riceve un prevedibile «il mio augurio è che il popolo italiano si possa divertire, perché abbiamo tutti bisogno della musica per rinnovare il nostro spirito», che è pur sempre qualcosa.
E allora, facendo proprio l’auspicio che viene dal Palazzo di Vetro, il festival di Sanremo potrebbe tentare di recuperare una sana dimensione di promotore di musica popolare. Puccini lo eseguono già in tutti i teatri dell’opera del mondo, in continuazione, non c’è bisogno che un’artista straordinaria come Mina, nascosta dietro i riverberi dei mixer digitali, renda insapore una delle arie più note della lirica. Largo alla musica popolare, in tutti i suoi risvolti, ma scritta da chi sa ancora tracciare sul pentagramma un motivetto di facile presa, o un ritmo irresistibile. Rap, pop, rock, melodico, jazz, etno, va bene tutto, ma il microfono sia offerto solo a quanti ne garantiscano l’incolumità — ma non sembra che siano poi molti — e la bacchetta del direttore solo a chi assicuri di avere frequentato non le polverose aule dei conservatori, ma almeno le peripezie bandistiche del maestro Antonio Scannagatti, il cigno di Caianello reso immortale da Totò.
22 Apr
Chi conosce la seconda strofa dell’Inno d’Italia? Pochi. Non c’è motivo di dubitare però che almeno i professori d’italiano di qualsiasi ordine e grado non la ignorino. Allora ci deve essere un motivo per cui questa conoscenza non passa ai loro studenti, come non passa quella della Divina Commedia o dei Promessi Sposi guardati con diffidenza in ogni aula. Senza dovere andare a scomodare Verdi, parola che se fosse per la scuola italiana avrebbe soltanto risvolti cromatici. La difficoltà principale allora deve essere quella di mostrare l’attualità di certe opere: perché Dante, Manzoni, Traviata, e anche Mameli e Novaro — che hanno scritto il testo e la musica dell’Inno d’Italia — stanno parlando a noi dei problemi che abbiamo oggi.
Ogni volta che viene riproposto in televisione il film L’attimo fuggente di Peter Weir, o che Roberto Benigni appare in televisione, come è accaduto giovedì al Festival di Sanremo, sulle schiene degli educatori deve correre un brivido di terrore. Ogni volta, infatti, si dimostra che è possibile offrire la bellezza a chiunque, che il bello è utile per capire il mondo (il nostro, non quello coevo degli autori dei capolavori), perché quello che è bello spesso è anche vero, autentico.
A Sanremo Benigni ha proposto una storia dell’Italia liofilizzata e scandita a partire dai versi dell’Inno nazionale, che sicuramente non sono di un livello paragonabile ai versi dei poeti sommi, ma sono belli in quanto veri, ispirati a un ventenne visionario da un ideale perseguito sinceramente fino alle estreme conseguenze.
L’eccesso benignano di retorica è ormai un cliché, ma in questo caso quasi necessario, è difficile infatti immaginare un’altra strada quando si deve riassumere il Risorgimento in mezz’ora di fronte a milioni di telespettatori. Proprio l’eccesso retorico diventa addirittura un merito se consente a chi lo utilizza di conquistare la fiducia di chi lo ascolta per poi cambiare improvvisamente registro e spiattellare una dopo l’altra citazioni altissime, buttate lì come se tutti fossero in grado di coglierle per sottolineare che tutti dovrebbero essere in grado di farlo.
Ma se retorico può essere considerato il metodo, sicuramente autentica è l’adesione emotiva al valore dell’unità del Paese suscitata. Esiste ancora un popolo capace di riscoprire valori comuni quando qualcuno sa toccare le corde giuste per ricordarglieli. Imporre ai giocatori di qualsiasi squadra di cantare l’inno nazionale è inutile. Se tutti conoscessero la propria storia, sarebbe superfluo.
Per raggiungere l’obbiettivo, il comico si diffonde anche in alcuni rudimenti dell’analisi logica, ripristinando la verità storica sul soggetto di alcune frasi: «schiava di Roma» è la vittoria e non l’Italia. Sta di fatto che mai come in quest’occasione tantissimi si sono ritrovati a tifare per Cavour, per Garibaldi, per Pellico, o a parteggiare per quel palermitano che innescò la rivolta dei Vespri siciliani uccidendo un soldato angioino che aveva offeso la moglie: in poche parole per la Bellezza della libertà.
Strano però, perché è già tutto scritto nei libri. Di più, gli aneddoti citati da Benigni sono in gran parte quelli che si trovano su Wikipedia, primo risultato di un qualsiasi motore di ricerca che, peraltro, quasi nessuno si prende la briga di interpellare su questi temi.
Niente di nuovo sul piano storico, non è a Benigni che si chiede un tale sforzo. Di originale c’è l’insistenza sul concetto di Bellezza che per fortuna, come ci insegna Thomas Mann nei Buddenbrooks, «ci può trafiggere come un dolore», ma sicuramente «salverà il mondo». Non c’è altra possibilità.
22 Apr
Sembra un festival di controfigure quello che è cominciato martedì sera a Sanremo. In mancanza di grandi personaggi, nella prima serata si allude prima di tutto a quelli che non ci sono: un presentatore come quelli di una volta (ricordati con innegabile eleganza) e i fidanzati delle aiutanti presentatrici. Fanno eccezione due comici che continuano a fare i comici e a dissacrare tutto, che poi è il ruolo della satira.
Nel turbinio di personaggi costruiti a tavolino appare a un certo punto una persona vera: Davide Van De Sfroos, l’unico originale, nel senso che non interpreta se stesso, ma è proprio fatto così. Le platee affollate le affronta da decenni e quindi lo emozionano quel tanto che basta per dare il meglio. La canzone Yanez, come altri brani di un repertorio molto vasto, è un gran miscuglio: il Bob Dylan di Desire, il suono di certe ballate di Willy DeVille, il Paolo Conte che usava le chitarre ritmiche, gli ottoni latinoamericani ed echi lirici di Morricone, dal quale in molti hanno imparato a usare la tromba nel cantabile. Tutto ben mescolato con gusto e annaffiato con qualcosa da dire. Peccato che la lingua laghée parlata a Mezzegra (sull’altro ramo del lago di Como) non permetta di cogliere appieno le vicissitudini dei protagonisti salgariani invecchiati e ridotti a frequentazioni da riviera romagnola. Un po’ di malinconia per la Perla di Labuan, la Lady Marianna che ha popolato i sogni di intere generazioni e ora s’è rifada i tètt, l’ha mea pudüü rifàss el coer («si è rifatta il seno, non ha potuto rifarsi il cuore»), commiserazione per Kammamuri, che da sessant’anni sta in soel dondolo de la pension («sta sul dondolo della pensione»), e James Brook che el giüga ai caart giù al Bagno Riviera e i hann dii che l’è sempru ciucch («gioca alle carte giù al bagno Riviera e dicono che è sempre ubriaco»). Ce n’è per tutti, compreso Sandokan che g’ha l’artrite e g’ha el riporto, partiss per Mompracem cul pedalò («ha l’artrite e il riporto, parte per Mompracem con il pedalò»): «M’hai rotto un mito», chioserebbe un personaggio di Carlo Verdone.
Sembra lo stesso metodo usato da Sergio Caputo al festival del 1987 con Il Garibaldi innamorato, ma anche — fatte le dovute proporzioni (a favore di Van De Sfroos, malignerebbe qualcuno) — da Gabriel García Márquez nel celebre El otoño del patriarca: prendi un uomo potente, trattalo male, descrivilo quando la sua parabola ha definitivamente toccato il punto più basso. Risultato: malinconia dei bei tempi andati.
Per il resto la sfilata delle controfigure. Le più tristi sono quelle dei cantanti che imitano se stessi quando avevano successo: Max Pezzali, rigorosamente con tutti gli accenti delle parole che non coincidono con il ritmo (stile 883 quando vendevano i dischi), Patty Pravo che potrebbe essere scambiata facilmente per una delle sue numerose parodie, Albano Carrisi che continua a interpretare Al Bano che voleva fare il tenore lirico, così come le temporaneamente eliminate Oxa o Tatangelo (figuriamoci se non ne ripescano almeno una), la prima ingabbiata da anni nel suo personaggio, la seconda che propone un brano Bastardo, di cui il titolo sembra essere la cosa più elegante. Per non tralasciare Tricarico che non c’entra niente con il festival ma ci va quasi tutti gli anni, e Vecchioni che forse predica un po’ troppo, sarà l’età, ma la zampata del poeta ce l’ha ancora.
Si intravede ogni tanto qualcuno che sa cantare, La Crus con la soprano Susanna Rigacci, e balugina pure qualcuno che era stato annunciato come protagonista, Franco Battiato, che si concede brevemente in duetto con Luca Madonia (in stile «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?»).
Tutto come da copione, insomma. San-remo è fatto così, quando non ci sono canzoni adatte, prendono il sopravvento esauste evocazioni dei brani che hanno avuto meritato successo in passato. Ma non bisogna pensarci troppo e prendere il festival per quello che è. Come dicono in America: «Se la vita ti dà solo limoni, fatti una bella limonata».