Archive for the ‘musica contemporanea’ Category

Vieni, vieni Mefistofele

Il mito di Faust all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

 

«Una roba contemporanea, adesso Pappano ce la spiega», sussurra l’abbonata appena si abbassano le luci, rassicurando l’amica preoccupata non tanto dell’ora e dieci della Faust-Symphonie di Liszt che seguirà l’intervallo, ma dei venticinque minuti di Veni, veni Mephostophilis (… lente currite noctis equi) di Matteo D’Amico, che aprirà il concerto. «Il testo è di un inglese», chiosa.Il tenore Gregory Kunde e, a destra, il direttore Antonio Pappano E in effetti Christopher Marlowe inglese lo è, contemporaneo di Elisabetta I Tudor d’Inghilterra. Intanto il direttore prende il microfono per dire poche parole di guida all’ascolto. È triste ammetterlo, ma ce n’è un gran bisogno. Certo, se si continua a programmare un brano nuovo l’anno o poco più è difficile che le cose cambino.

Il concerto è impaginato a specchio dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia facendo esplicito riferimento al mito di Faust. Da una parte Liszt — grande orchestra, coro maschile, tenore solista e testo ghoetiano — dall’altra D’Amico, in prima esecuzione assoluta, piccola cantata per tenore, coro femminile e orchestra, dal Doctor Faustus di Marlowe. L’istituzione sinfonica — che tra pochi giorni nominerà un nuovo presidente-sovrintendente o confermerà Bruno Cagli nel ruolo che ha ricoperto già dal 1990 al 1999 e dal 2003 a oggi — mette in campo l’artiglieria pesante e schiera il direttore stabile Antonio Pappano per valorizzare una delle rare commissioni che si concede. Il ruolo di solista è affidato al tenore Gregory Kunde che fa da perno tra i due lavori in programma.

La paura nel mettere in cartellone la contemporanea è tanta e anche molti compositori dei decenni scorsi ne hanno qualche responsabilità. Sta di fatto, però, che il brano di D’Amico è uno di quelli che tiene conto della questione dell’ascolto. Veni, veni Mephostophilis si segue senza affanni. È un lavoro dall’impostazione teatrale: l’orchestra è in relazione diretta con il senso del testo e il solista, ottimo, con il suo canto piano è utilizzato come fosse uno strumento. Niente vocalità estreme, ma fraseggio cantabile, quasi declamato. Il perno attorno al quale gira tutto, però, è il coro femminile, diviso in angeli cattivi e buoni, i primi tentano Faust, gli altri tentano di farlo ravvedere. Applausi calorosi del pubblico. Segue moloch lisztiano, E poi dicono che la contemporanea è pesante.

11 novembre 2011 L’Osservatore Romano

Uno di venticinque

 

Uno di venticinque, una parte del tutto come i Borg in Star Trek. Ero uno di venticinque, cioè il protagonista per qualche momento. In questi casi fai parte di un meccanismo più grande, che non controlli ma contribuisci ad alimentare. Visto da dentro il festival «Play it!, la musica fORTe dell’Italia», che si è svolto dal 6 all’8ottobre a Firenze, è una macchina assai complessa: sei concerti in tre giorni, venticinque pezzi in prima assoluta o italiana,l’Orchestra della Toscana (Ort) che si esibisce sia in formazione sinfonica, sia in ensemble cameristici e poi la spina dorsale di ogni istituzione: tecnici e addetti. Da fuori non li vedi nemmeno, da dentro ti accorgiche basta toglierne uno e crolla tutto.L’idea di Giorgio Battistelli, fresco di nomina a direttore artistico dell’Ort, è quella di proporre una panoramica quanto più ampia possibile di quello che la creatività musicale produce in Italia. Compositori dai venti agli ottant’anni, con stili molto diversi tra loro, uno dopo l’altro sfilano sul palcoscenico, prendono gli applausi, ringraziano, poi scendono e discutono tra loro, con i giornalisti, con qualcuno del pubblico. E finisce che per una volta si parla di musica, anche con gli strumentisti, sottoposti a un notevole tour deforce, e con i tre direttori che si alternano tra cameristica e sinfonica: Tonino Battista,Marco Angius e Tito Ceccherini. Poi se non ti limiti ad ascoltare il concerto nel quale viene presentato il tuo pezzo, hai modo di confrontarti su questioni di merito, sia durante l’assemblea degli Stati generali della creatività e delle arti, curata daStefano Catucci alla Biblioteca delle Oblate, sia prima e dopo le esecuzioni, tra un aperitivo e una prova. E se è vero che «no,il dibattito no», come ammoniva il notopersonaggio morettiano, un po’ di confronto «anche sì». Poi visto che anche i musicisti mangiano, capita che dopo i concerti si discute al ristorante, e ti sembra quasi che ci siano diverse persone che credono ancora che la musica contemporanea abbia un senso. Certo trovarne due con le stesse idee è impossibile, per fortuna, ma i pareri si susseguono, qualcuno si spinge a esprimere un giudizio, con cautela. Meglio di niente.Sta di fatto che un nuovo festival è nato. La città è Firenze, la sede principale ilTeatro Verdi, per la sinfonica, ma ci si spostava anche e in varie sale del centro cittadino per la cameristica. Certi posti di solito non sono nemmeno aperti al pubblico, come la location utilizzata a PalazzoMedici Riccardi. Una novità, per di più in tempi di crisi. Si spera non sia una tantum: play it again, Ort.

 

L’Osservatore Romano 12 ottobre 2011

Stockhausen non esclude il giro di do

 I puristi dell’arte e la canzone come terapia 

di Marcello Filotei

Ai bei tempi i compositori potevano essere anche minacciati di morte. Erano bei tempi per la musica, che aveva ancora un ruolo sociale: se rompevi le regole significava, più o meno, che eri contro il potere. Poi, alla metà del Novecento circa, la musica appena scritta ha assunto la mortifera denominazione di «contemporanea». Pur producendo capolavori non ha saputo comunicarli e qualche volta ha osato talmente tanto da allontanarsi molto dal pubblico.

Anche per questo Paolo Cattaneo nel suo La canzone come esperienza relazionale, educativa, terapeutica (Milano, Ricordi, 2011, pagine 116, euro 13) può scrivere che «un ascoltatore di musica contemporanea difficilmente confesserà una “passione illegittima” per un cantautore in particolare poiché la sua immagine, probabilmente, ne uscirebbe svilita. Ascoltare Schönberg o Stockhausen, Hindemith o Ligeti cedendo poi alla banalità di una “canzonetta” è qualcosa che “si fa ma non si dice”, anche se proprio dalla cantabilità di quel motivo, legato magari a un “tempo forte” della nostra vita, riceviamo delle sollecitazioni tutt’altro che trascurabili».

Lo può scrivere, Cattaneo, non perché sia vero ma perché tra i suoi lettori, e tra i lettori in generale, saranno una percentuale statisticamente irrilevante quanti abbiano almeno una volta intravisto quel personaggio mitologico metà Adorno e metà oscillatore sinusoidale che alcuni antropologi indicano con il nome scientifico di «ascoltatore di musica contemporanea».

Almeno per rassicurare le famiglie dei cantautori giova comunque ricordare che non risultano casi di star del pop divorate da appassionati di Berio, al contrario il compositore di Oneglia passava per un appassionato dei Beatles, nessuno è perfetto. Esistono però, e sono sempre più frequentemente ospitati nelle pagine culturali dei giornali, quanti tentano di spiegare che il numero dei fruitori di un’opera è direttamente proporzionale al suo valore artistico. Quindi essendo i versi di Mogol più conosciuti di quelli di Ungaretti il primo sarebbe meglio del secondo: «acqua azzurra acqua chiara» batte 6-0 6-0 «m’illumino d’immenso».

Ma rispondendo a chi sostiene che la musica leggera in fondo sia la ripetizione continua di pochi accordi e poco più, Cattaneo ribatte che «se quei famigerati “due accordi” muovono emozioni di grande intensità sarà meglio che continuino a esistere, perché qui non è in gioco l’estetica musicale, ma semplicemente una relazione sonora che la dialettica tonica/dominante può soddisfare pienamente. Non è certo il nulla, non è l’assenza di linguaggio; è piuttosto il tema della semplicità».

L’autore fa riferimento all’uso terapeutico dei due accordi in questione, come se ci fosse qualcuno che voglia vietare il «giro di do» in musicoterapia. Se questo accadesse sarebbe un’ingiustizia per i malati, ma il rischio appare molto limitato. Va inoltre apprezzato senza riserve il lavoro di chi, come Cattaneo, utilizza evocazioni sonore, di qualsiasi genere, per migliorare la qualità della vita delle persone, che poi sarebbe esattamente il compito dell’arte. Diverso è evocare il tema della semplicità, che è piuttosto complesso, se non si vuole rischiare di scambiarla con la banalità.

Ognuno ovviamente continuerà ad ascoltare quello che più gli piace e che più lo emoziona. E se fa bene alla salute ancora meglio. È paradossale però che a ogni livello culturale, anche tra chi si occupa di musica a vario titolo, si pensi che chi ascolta la musica contemporanea – cioè un tentativo non sempre riuscito di creare un rapporto autentico dei suoni con la realtà che ci circonda – sia un parruccone retrogrado senza speranza, mentre chi preferisce canzoni che utilizzano un linguaggio vecchio di oltre un secolo sia un autentico inteprete della società attuale.

 

L’osservatore Romano 25 settembre 2011

Take off the mask

The best are always the ones to leave. And so too, Mario Castelnuovo-Tedesco left Italy in 1938. Forty-three years old and an extraordinary talent, he, like so many other composers, escaped the Nazi-Fascist racism and prejudice by fleeing to the United States. It was an unfortunate event for him but not for his music, which was enriched by the stimulation and eventually became an exceptional medley of styles. Italy lingered like a dream for a while, and then not even that.The Shakespeare Sonnets at the Museum of St Francis in Montefalco

He suffered, his home Florence was far. There was the natural amount of nostalgia. This and much more was the life a great musician in exile. This and much more are his Shakespeare Sonnets: a compound work, underestimated, written over several periods from 1944 to 1963 and a work brought back to life last Sunday by the Sagra Musicale Umbra. They offered a wide selection, 24 of the 32, at the Museo di San Francesco in Montefalco. The pianist researcher Claudio Proietti had tracked down the sheet music in the Library of Congress in Washington D.C.. And Quirino Principe explored the meaning of the piece and then read aloud his own translations of Shakespeare before the execution of each sonnet. It then brought to life, with piano, by baritone Filippo Bettoschi and soprano Valentina Coladonato.

Shakespeare’s Sonnets, all of them, help men know themselves better. Castelnuovo-Tedesco is no exception and he uses the bard to make an almost private confession, an authentic one, one unmasked: staring you straight in the face, the truth. And the truth is not always pleasant, it sometimes even hurts, as, for instance, when it comes to mind that not only do “roses have thorns” but a “loathsome canker lives in the sweetest bud”. Maybe he was a little homesick but without ever tying himself down to one style. Maybe that was because he found himself in a country where there simply was no sinlge fashion, where one style was no better than any other, where one used what he needed to say what he wanted to say at the moment, without prejudice. And these Sonnets seem like a succession of private rooms, where lurk from time to time the ghosts of Lieder, songs in Italan but with echoes of Cole Porter. These are the things that happen in America. Only one rule applies: take off the mask. It was a masterpiece, rendered beautifully by Coladonato, able to move gracefully from one mood to another, and by Bettochi, precise, elegant, at home especially in those lieder-like verses.

Marcello Filotei L’Osservatore Romano
September 15, 2011

 

Giù la maschera

Sono sempre i migliori che se ne vanno. E dall’Italia, nel 1938 se ne andò anche Mario Castelnuovo-Tedesco. Aveva 43 anni e un talento fuori dal comune. Come molti altri compositori si rifugiò negli Stati Uniti per sfuggire al pregiudizio razziale nazi-fascista. Sfortuna per lui e fortuna per la sua musica, che si arricchì di stimoli e finì col diventare una eccezionale mistura di stili.Gli «Shakespeare Sonnets» al Museo di San Francesco a MontefalcoL’Italia rimase un sogno, per un po’, poi nemmeno più quello.

Sofferenza tanta, la natia Firenze era lontana. Nostalgia quanto basta. Questo e molto altro è stata la vita di un grande musicista esiliato. Questo e molto altro sono i suoi Shakespeare Sonnets, composita opera misconosciuta scritta a più riprese tra il 1944 e il 1963 e riportata in vita domenica scorsa dalla Sagra Musicale Umbra, che ne ha proposto una vasta selezione, 24 di 32, al Museo di San Francesco a Montefalco. A ritrovarli un pianista ricercatore, Claudio Proietti, che ne ha scovato la partitura nella Library of Congress a Washington. A spiegarne il senso ha pensato invece Quirino Principe, che ha anche offerto la voce alle sue stesse traduzioni shakespeariane prima dell’esecuzione di ogni sonetto. A eseguirli oltre a Proietti alla tastiera, il baritono Filippo Bettoschi e il soprano Valentina Coladonato.

Sonnets di Shakespeare, tutti, servono a ogni uomo per capire meglio chi è. Castelnuovo-Tedesco non fa eccezione e usa il bardo per una confessione quasi privata, autentica, senza maschera: sguardo fisso negli occhi, solo la verità. E la verità non è sempre piacevole, a volte fa un po’ male, come quando torna alla mente che non solo «le rose hanno le spine», ma anche che «un verme schifoso dorme nel bocciolo più soave». Forse un po’ di nostalgia di casa, ma senza cedere a nessuna maniera. Anche perché il compositore si trovava nel Paese dove la maniera semplicemente non esiste, dove uno stile non è migliore di un altro, dove si usa quello che serve per dire quello che si vuole dire in quel momento, senza pregiudizi. E questi Sonnets sembrano una successione di stanze private, dove aleggiano di volta in volta fantasmi di Lieder, di canto italiano, ma anche echi di Cole Porter. Cose che succedono solo in America. Vige una sola regola: giù la maschera. Un capolavoro, reso magnificamente dalla Coladonato, capace di passare con disinvoltura da un atteggiamento vocale all’altro, e da Bettoschi, preciso, elegante, a suo agio soprattutto nei passaggi di impronta liederistica.

Marcello Filotei
15 settembre 2011 L’Osservatore Romano

 

Quanto sono vecchi questi giovani dj

 

di MARCELLO FILOTEI

La musica elettronica non è più quella di una volta, è molto più vecchia. Alcuni ventenni reazionari ne stanno soffocando quasi completamente la portata innovatrice. Il problema nasce quando si chiamano cose diverse con lo stesso nome. Questo dovrebbe indurre a stare molto attenti nel leggere i programmi dei festival, e soprattutto a inquadrare ogni parola nel contesto di riferimento. Emblematico l’esempio di “Meet in Town”, che si è aperto il 22 luglio con la promessa di essere un “festival dedicato ai nuovi suoni che invaderà tutto l’Auditorium, portando la musica indipendente e l’elettronica in uno spazio solitamente istituzionale come il Parco della Musica di Roma”.
In effetti l’Auditorium l’ha invaso, anche se non è una novità assoluta sentire un repertorio non “istituzionale” in sale dove praticamente si può trovare di tutto comprese le penne all’arrabbiata la notte di capodanno. La musica forse sarà indipendente, ma elettronica proprio no.
Quando si vuole depositare un lavoro di musica elettronica alla Siae c’è un esperto che prima di accettarlo lo ascolta. Quello che deve verificare è che non si tratti di un brano acustico realizzato con mezzi elettronici, perché in quel caso non può essere inserito nella categoria elettronica. Insomma se utilizzo il computer per eseguire un brano per flauto, batteria, basso elettrico o viola da gamba, non sto facendo musica elettronica. Anche volendo sorvolare su pedanti definizioni, retaggio di una polverosa formazione accademica, viene da chiedersi cos’è che questi supposti innovatori propongono nelle loro performance. Sostanzialmente si tratta di una serie di loop – la maggior parte dei quali offerti da programmi commerciali e ideati da ingegneri giapponesi tutt’altro che rivoluzionari – che vengono sovrapposti estemporaneamente con varia fantasia. In qualche caso, ma qui si tratta già di grandi talenti riconosciuti a livello internazionale, antichi vinili degli anni Settanta e Ottanta vengono rispolverati e inseriti con perizia sull’immancabile batteria in quattro quarti, unico ritmo che trova cittadinanza tra i supposti anticipatori di tendenze.
Ma quanto sono vecchi questi dj: scelgono nomi avveniristici e poi si chiudono dentro gabbie costruite per loro dalle grandi major dell’informatica. Promettono sfaceli e poi si riducono a utilizzare programmini che qualsiasi cosa ci metti dentro restituiscono comunque suoni educati e rassicuranti. Latita non tanto il coraggio, ma un po’ di sana incoscienza giovanile della quale magari pentirsi tra un paio di decenni. Tanto per avere qualcosa da raccontare ai nipoti. Sguardo sull’ombelico e cuffia sempre sulle orecchie, non si accorgono che quello che usano senza riflettere porta all’omologazione assoluta: ogni loop va bene con tutti gli altri, il che significa sostanzialmente essere imprigionati in quello che è stato deciso altrove, lontano, da aziende mondiali che gestiscono la musica solo per interesse economico e delle quali questi ragazzi si fanno inconsapevole strumento. Dj di tutto il mondo spiazzate le major! Fate un gesto rivoluzionario, suonate un brano in tre quarti. Non è una novità, l’hanno già fatto i Casadei, però sarebbe un passo in avanti.

(©L’Osservatore Romano 24 luglio 2011)

 

Nessuna via d’uscita

Nessuna risposta da Silvia Colasanti. La giovane compositrice romana, che ha presentato in prima esecuzione assoluta il suo Faust l’11 luglio al Teatro dei Rinnovati per la Sessantottesima Settimana musicale senese solleva dubbi sull’esistenza, ma non offre vie d’uscita. Per questo ha deciso di basare la sua «tragedia soggettiva con musica per attore, soprano e otto strumentisti», commissionata dall’attiva istituzione senese, sul testo di Fernando Pessoa piuttosto che sull’originale goethiano.L’esecuzione del «Faust» di Silvia Colasanti (foto Pietro Cinotti) Se a Goethe basta la continua aspirazione all’infinito di Faust per garantirgli la salvezza, il poeta portoghese la pensa diversamente: non c’è modo di trovare un sollievo dalla fatica di esistere. E così già la scelta del testo rappresenta un punto di vista preciso.

«Si può salvare oggi Faust?», da questo dubbio, retorico, prende dunque le mosse una riflessione in musica divisa in diciotto scene, che accompagnano il protagonista nell’eterna lotta tra intelletto ed essere. Inizialmente l’intelligenza si sforza di comprendere il senso della vita, malgrado gli sforzi non ci riesce. Parte dunque il tentativo di disciplinare l’esistenza, magari è un ripiego, ma sarebbe già qualcosa. Missione fallita ancora una volta. L’esistenza — spiega l’autrice — «si prende crudelmente gioco di Faust», che risponde bruciando i libri sui quali ha cercato faticosamente le risposte ai propri dubbi.

Ultima stazione del viaggio verso il senso perduto è dunque l’amore: ma nemmeno questo funziona, l’incapacità di amare blocca Faust, e questo sembra uno degli elementi ancora più vivi e attuali della tragedia. Arriverà la morte a sancire l’equivalenza delle diverse forme di errore della ragione umana e dunque l’insensatezza di ogni conoscenza. Il mondo è sostanzialmente inconoscibile nella lettura di Pessoa. L’intelligenza è votata al fallimento: nessuna speranza, nessuna risposta.

Su queste premesse Colasanti costruisce la figura di un uomo solo, Faust, circondato da video che rendono reali i suoi incubi, i suoi incontri, i dubbi che gli appaiono insolubili. Il bianco e nero si alterna al colore in immagini spesso stilizzate, evocative, scarne e dirette che si trasformano continuamente. Pugni chiusi, insanguinati, acqua che scorre, senza meta, fuoco che brucia sudate carte piene di parole vuote, grandi ruote sulle quali campeggiano iscrizioni matematiche, rovelli inutili anche quelli.

La regia di Francesco Frongia è essenziale, i movimenti lineari, come le scene di Nando Frigerio, appena accennate da un podio circolare a che brilla d’argento al centro del palcoscenico. Alle luci, sempre di Frigerio, è lasciato il compito di far apparire e scomparire gli incubi di Faust, che si materializzano senza soluzione di continuità: ora con le sue stesse forme, mettendolo a confronto diretto con i propri rovelli, ora dietro lo schermo di un’immagine femminile, lontana, irraggiungibile, sognante, ma poco rassicurante.

E gli incubi, ma anche i sogni, sono affidati principalmente alla voce di Laura Catrani, limpida voce di soprano che contrappunta con brevi incisi melodici il monologo affidato al protagonista, Ferdinando Bruni.

Ma a tenere insieme il lavoro è soprattutto la musica, che incornicia il testo con un lirismo frammentario e sofferto, poggiato su un andamento ritmico prevalmentemente regolare con improvvise impennate. Le percussioni arricchiscono notevolmente la varietà timbrica di un ensemble formato da due violini, viola, violoncello, clarinetto, fagotto e arpa. Un gruppo sperimentato quello a disposizione della compositrice romana, che ha deciso di amplificare oltre alle voci anche tutti i componenti dell’Icarus Ensemble, «allo scoperto» per più di un’ora con le casse acustiche a definire ogni più piccolo particolare sonoro.

Particolarmente curata la direzione di Gabriele Bonolis, che ha guidato la macchina teatrale con solidità, disegnando un arco narrativo chiaro e godibile. Alla chiarezza ha contribuito anche la scelta di indicare nei video la scansione delle diciotto scene.

Dal «trascendere l’infinito» iniziale è stato quindi agevole seguire Faust sulla strada che lo portava verso l’oblio e la sventura, attraverso il «Dubbio», un rapporto diretto con «Lucifero», ma anche un dialogo con la propria anima, con il senso della «Perdita», della «Frenesia», o con l’abisso della «Nostalgia». Non manca «Un attimo di piacere», una fugace «solitaria voglia di amare e di sentire», ma serve a poco il protagonista invece di «essere orgoglioso per estraneità» si ritrova a essere «estraneo per orgoglio». Non resta, con l’«Annientamento della vita», che una struggente canzone del destino, per arrivare alla morte: «mondo tu mi affliggi perché esisti». Nessuna risposta.

Marcello Filotei
14 luglio 2011

 

C’è vita prima dell’intervallo

di MARCELLO FILOTEI

Eros e Thànatos all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dove è stato presentato in prima esecuzione assoluta l’ultimo lavoro di Ivan Fedele seguito da Ein Deutsches Requiem di Johannes Brahms. Se il capolavoro ottocentesco, frutto di una lunga gestazione, può essere considerato una descrizione sofferta della sacralità della morte, il neonato ?s-Lêb. Soffio vitale è senza dubbio un inno alla sacralità dell’esistenza. Chi si attendeva una cervellotica costruzione fatta di rimandi incomprensibili, cioè la maggior parte degli abbonati, è rimasto deluso. Fedele ci tiene a essere compreso. Senza scendere a compromessi con le sue esigenze espressive e senza rinunciare alle conquiste del linguaggio musicale contemporaneo il compositore leccese, classe 1953, si pone il problema dell’ascolto e riesce spesso a conciliare fruibilità e qualità. Certo, come ha spiegato dal podio Antonio Pappano che ha diretto il lavoro, l’ascolto non può essere di tipo tradizionale. Occorre predisporsi con curiosità a un viaggio nel tempo, all’indietro, verso l’origine della vita.
Già nel titolo è detto molto del senso del lavoro di Fedele, fondato sul senso profondo delle due antichissime parole utilizzate una accanto all’altra: ?s è la radice sanscrita della parola latina Os, ovvero bocca, Lêb, invece, in aramaico significa cuore, il simbolo della vita e il luogo dei sentimenti. Si tratta dunque a tutti gli effetti di un percorso lineare dal corpo all’anima, andata e ritorno, dalle inarticolate emissioni iniziali che simboleggiano il nascere della coscienza e della vita, alla consacrazione finale. E pensare che all’inizio l’idea era quella di non utilizzare alcun testo. Lo scopo era quello di trattare il coro come parte integrante dell’orchestra, affidandogli solo dei semplici fonemi per concentrare l’attenzione sul tipo di emissione. Le esperienze fatte all’Ircam, il centro di studi e produzione che si trova a Parigi, hanno infatti condotto Fedele a indagare le proprietà acustiche della voce umana oltre che a riflettere sui significati simbolici della voce.
Ma all’intuizione iniziale, al lavoro sul sistema vocalico del suono e sulle possibilità di emissione, il compositore ha voluto aggiungere un testo fatto di parole singole, che si susseguono una all’altra. Non ci sono versi, solo termini singoli: terra, uomo, maschile, femminile, immagine somiglianza (tutto in lingue antichissime). Senso letterario e musicale vanno dunque avanti di pari passo, essendo i suoni basati su parole che al tempo stesso celebrano la vita e consentono di lavorare sul timbro.
La forma è quanto mai lineare e chiara. Il primo movimento parte gradualmente con suoni inarticolati che rappresentano le prime manifestazioni dell’esistenza, poi una fase basata sul vibrato introduce il soffio vitale che prende gradualmente forma. Nel terzo movimento ormai la vita è acquisita il coro entra maestoso, quasi liturgico, mentre i profili melodici si fanno più netti.
Il finale è un ritorno a casa, al ventre materno, alle origini, descritto utilizzando più di venti melodie gregoriane sovrapposte che generano un fitto tessuto polifonico, una sorta di cluster continuo con poche screziature. Il timbro la fa comunque da padrone dall’inizio alla fine: il testo diventa suono, i significati semantici si fondono con le risonanze delle corde del pianoforte, battute e subito fermate con la mano, con le discrepanze, ricercate, tra le vibrazioni dei due vibrafoni, con l’organo che raddoppia le voci, con gli ottoni che continuano a togliere e mettere la sordina. Orchestra e coro tendono insomma a convergere, verso quello che è pensato come un respiro vitale che tutto abbraccia.
Tutto lavoro in più per Pappano, che è completamente a suo agio con la musica contemporanea. La promuove proponendola in prima persona, la sollecita ai compositori e la spiega al pubblico prima di iniziare a dirigere. Una buona iniziativa che non solo aiuta a seguire l’esecuzione, ma soprattutto dà credibilità all’operazione. Se il pubblico sente che il direttore ci crede si predispone all’ascolto con meno diffidenza e magari si porta a casa qualcosa di nuovo oltre al monumentale requiem di Brahms.

(©L’Osservatore Romano 15 aprile 2011)

Il futuro (ma anche un po’ di presente) è donna

InOut sono i due concetti chiave per avvicinarsi a Quartett, l’ultima opera di Luca Francesconi, andata in scena in prima assoluta martedì al Teatro alla Scala di Milano. Dentro e fuori la chiave della messa in scena di Àlex Ollé de La Fura dels Baus – bravo ma un po’ ripetitivo e autoreferenziale come il gruppo che è diventato quasi un marchio – e della partitura del compositore milanese, autore anche del libretto tratto dall’omonima pièce teatrale di Heiner Müller liberamente ispirata a Le relazioni pericolose di de Laclos.

Da «Quartett» (foto: Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)L’In è una stanza, sospesa, teatro del feroce scontro tra i protagonisti, la Marquise de Merteuil e il Vicomte de Valmont. Ma il dentro è anche l’orchestra in buca, aggressiva e agile grazie alle sue dimensioni ridotte. Giù le luci e tutti a spiare i protagonisti, da lontano, mentre si lanciano stilettate dialettiche. Il loro scopo è manipolare il mondo, per questo, tanto tempo fa, hanno scelto di abbandonare ogni sentimento. Decisamente non parla di noi.

Il duello continua, ma i due non ce la fanno, finisce che qualche rimasuglio di umanità riemerge, ed è il turno dell’Out. Il fuori è affidato a un’orchestra e a un coro presenti in teatro chissà dove. Sicuramente non stanno dove erano previsti inizialmente: sul fondo del palco visibili in silhouette. La sonorità è ottima, grazie a un sistema di amplificazione e spazializzazione affidato all’Ircam, ma quando si ascolta senza vedere chi produce il suono l’effetto nastro è sempre in agguato: c’è poca differenza tra una cosa registrata e una eseguita in tempo reale.

InOut, comunque, cominciano a concretizzarsi e la storia svela il suo senso: stiamo guardando due raffinatissimi nichilisti che non trovano altro modo di vivere se non quello d’insidiare quel po’ di purezza che gira intorno al loro rifugio claustrofobico. Decisamente non c’entriamo niente.

Ma mentre iniziamo a interessarci ai loro discorsi contorti le proiezioni video ci scaraventano in spazi immensi, mari, deserti, cieli sconfinati: cose presenti solo oltre il limitatissimo orizzonte dei protagonisti. Il ritorno in cameretta rende ancora più evidente il ridicolo nel quale sono caduti: concentrati su insignificanti dettagli pensano di dominare il mondo solo perché sanno tenere in ordine il tavolo della cucina.

Noi non c’entriamo niente, è tutto lontano e surreale. Noi che siamo arrivati in sala trafelati, tutti di corsa perché avevamo da fare cose irrimandabili. D’un tratto un fastidioso dubbio si aggira tra le poltrone: sta a vedere che dentro quella scatola ci siamo proprio noi, con le nostre nevrosi e lo sguardo fisso sul nostro ombelico.

Con urticante determinazione Francesconi ci rovescia addosso la nostra inadeguatezza, usando libretto e musica. Il testo è stato scritto infatti sempre dal compositore, in inglese, e tiene assieme una macchina scenica complessa ma agile. Malgrado in scena ci siamo sempre e solo due cantanti, i giochi di travestimenti rendono vivace lo svolgimento dell’azione. La musica da parte sua è piena di cose, la scrittura talmente varia che sollecita l’ascoltatore a mettere in relazione tra loro prospettive differenti.

Francesconi è fatto così, vulcanico e onnivoro. Questa volta lavora sulla drammaturgia degli spazi. Il testo è importante, ma l’elemento principale è la relazione tra orchestra in buca e l’orchestra e il coro nascosti: la chiave di lettura è nella spazializzazione delle fonti sonore. Ogni nota ha un significato non in sé, ma in relazione al punto dal quale è convogliata verso la platea. Solo che da ovunque arrivi tutto è tragedia, tensione verso il nulla, rari sogni e coltelli alla schiena.

Nessuna speranza dunque? Non proprio. Meno male che ci sono le donne. Quando tutto sembra perduto è proprio la marchesa, una splendida Allison Cook, a rompere il patto uccidendo il compagno di sventura, un convincente Robin Adams. Finalmente l’Out prevale, l’orchestrina in buca è invasa dalle sonorità che arrivano da lontano, da un altrove indefinito, il Tutto riprende possesso di un ridicolo esperimento autonomista. Valmont giace riverso al suolo mentre la nobildonna distrugge quello che è rimasto dell’inutile rifugio, tornano luce e aria. Il futuro è donna.

A Milano, intanto, è donna anche il presente. Proprio in questa occasione, infatti, si è rotto un tabù secolare: per la prima volta sul podio del Teatro alla Scala a dirigere un’opera è salita una donna. È Susanna Mälkki, un po’ stupita del clamore che la notizia ha suscitato, autorevole e raffinata, ha diretto con fermezza e gusto, attenzione al particolare e senso della forma, restituendo all’opera una notevole scorrevolezza.

E intanto andando Out dal teatro rimane In una sensazione, strana, più che altro il dubbio di essere paragonabili a quei due nel bunker, nel rifugio, in una stanza qualsiasi di una città qualsiasi, che si azzannano sui dettagli. La domanda inevasa rimane: io sono In o sono Out?

Marcello Filotei
29 aprile 2011 L’Osservatore Romano

 

C’è movimento a Montecarlo

A Montecarlo c’è molto movimento. Questa volta però non si tratta di investitori, faccendieri, macchine potenti o donne ingioiellate: il movimento riguarda l’arte. Il Festival Printemps des Arts ha portato domenica scorsa tra le 14.30 e le 19 clown, giovani ballerine, video, musicisti in erba e professionisti affermati.

Come in altre occasioni del genere non si poteva ascoltare o vedere tutto, bisognava scegliere, ma leggere il programma non avrebbe aiutato perché c’erano scritti solamente i lavori che sarebbero stati eseguiti, né ordine né luogo specifico di ogni esibizione. Una cosa era però certa: l’arte contemporanea la faceva da padrone ovunque. L’unica cosa da fare era andare in piazza e affidarsi alle simpatie cromatiche: giallo, blu e rosso. Una volta agganciato al polso il braccialetto colorato che legava ognuno a un determinato gruppo non restava che seguire il proprio destino, sotto forma di percorso definito nel più minimo particolare.

Poteva capitare, se non si sa resistere al giallo, di aprire l’itinerario allo Sporting d’Hiver con Livre pour cordes di Pierre Boulez, un pezzo che, sia stato o meno premeditato, sembrava una metafora dell’intera operazione. Qui, infatti, il compositore francese crea una geografia sonora dell’orchestra, con suoni che si spostano nello spazio e indicano delle traiettorie: meno faticoso che alzarsi per cambiare sala ogni volta, ma il concetto è lo stesso.

Camminando, camminando ci si poteva imbattere in due prime esecuzioni assolute, una del ventenne Rune Glerup, un compositore danese che ha proposto il suo Divertimento per ensemble, e Miroslav Srnka, ceco, classe 1975, autore di Engrams per quartetto d’archi eseguito alla Salle Empire. Perfezionatisi all’Ircam di Parigi, entrambi hanno capacità non comuni e profonda conoscenza delle tecniche strumentali, anche molto avanzate. Diverse le traiettorie, per fortuna, e i punti di partenza. Glerup intraprende un percorso più o meno lineare da un gesto violento iniziale, molto materico, a un elemento finale delicato e fragile. I contrasti timbrici sono molto netti, mentre il ritmo è utilizzato quasi per indicare la strada all’ascoltatore, dall’addensamento alla rarefazione. Srnka, invece, sceglie una struttura fatta a quadri giustapposti, coerenti e omogenei al loro interno e molto contrastanti tra l’uno e l’altro. Il percorso in questo caso non è quindi affatto lineare, come il volo degli uccelli al quale si ispira. Due giovani sicuramente promettenti, ma forse già un po’ troppo compiaciuti di se stessi, e a tratti troppo impegnati a dare sfoggio della padronanza di scrittura.

Ma non è finita, arrivano i clown con gag a sfondo musicale, le allieve della scuola superiore di danza di Cannes, un salto in discoteca, al Moods, per ascoltare Xenakis, quasi incredibile. E per finire tutti in piazza a sventolare i braccialetti colorati. C’è movimento nella musica contemporanea.

  Marcello Filotei
7 aprile 2011